Monete complementari et similia

Questa sezione accoglie discussioni e segnalazioni su articoli usciti dai vari mezzi di informazione

Monete complementari et similia

Messaggioda domenico.damico » 20/01/2012, 13:55


Vivere (bene) senza denaro. La moneta a km.0
di Riccardo Luna

Se pensate che qui, in Italia, non si possa vivere senza l' euro, andate in Sardegna. E provate a dire in giro che voi pagate in Sardex. Cosa? A parte benzina, farmaci ed energia elettrica, potrete comprare tutto, sia beni che servizi. E quindi alberghi, dentisti, falegnami, elettricisti, meccanici, consulenti di marketing, sale congressi, corsi di lingua inglese, pubblicità sui giornali locali, vestiti, mobili, ristoranti e persino la connessione Internet. Oltre al cibo, vino e carni, tutto rigorosamente sardo, come il resto. Il Sardex è la "moneta a chilometro zero".
Solo che non è una moneta, nel senso che fisicamente non esiste, non ne hanno stampato nemmeno una banconota: esiste solo su Internet. E quindi potremmo dire che tutti i Sardex in circolazione - oltre un milione, ma il dato cresce ogni giorno - stanno su un server, un computer in un piccolo comune agricolo tra Cagliari e Oristano: Serramanna. Qui, in un bel casolare, l' hanno inventato quattro ragazzi, sardi naturalmente, non solo di nascita, ma di cultura. Fieri della loro terra. Quattro ragazzi che si erano stufati di sentirsi dire che i sardi sono "pochi, matti e divisi" come al tempo degli aragonesi; o che se un sardo deve chiedere qualcosa a dio sapendo che un suo vicino avrà il doppio, il sardo dirà: dio, cavami un occhio. Luoghi comuni. Il Sardex lo sta già dimostrando. Perché si basa su due principii di vita: il primo è che se il tuo vicino guadagna, stai meglio anche tu; e il secondo afferma che nessuno se ne va col bottino e nessuno resta solo. Sembra il nuovo vangelo. Ma uno di quelli apocrifi, come vedremo. Questa parabola inizia nel 2006: Carlo Mancosu, Piero Sanna, Giuseppe e Gabriele Littera sono in giro per l' Europa e la sera si sentono su Skype. Non hanno studiato economia ma sono affascinati dal tema delle monete complementari, le alternative currencies. Nel mondo ce ne sono centinaia, spinte dal web e dalla fiducia reciproca invece che da una imposizione legale. Secondo il Wall Street Journal, con la crisi di dollaro ed euro, rappresentano un possibile futuro dell' economia. Alcune sono molto controverse, al limite della legalità, come i Liberty Dollars o i Bitcoin; altre stanno avendo un buon successo come il Res belga o la sterlina ecologica di Brixton. In Italia il fenomeno non è nuovo, racconta Pierluigi Paoletti, 52 anni, ex consulente finanziario dall' aria mite che oggi guida un piccolo movimento che sostiene da tempo cose non molto diverse da quelle di Occupy Wall Street. Per esempio: «La moneta è solo un sistema di sopraffazione che serve a fare i ricchi più ricchi». Torniamo alla storia. «Il primo esperimento italiano - ricorda Paoletti - risale al luglio del 2000 quando il giurista Domenico Auriti, che si batteva contro l' usura, emise il Simec nel suo piccolo comune natale di Guardiagrele, in Abruzzo; decise che valeva il doppio delle lire, i pensionati si entusiasmarono per questa improvvisa iniezione di liquidità ma la guardia di finanza ne decretò bruscamente la fine. Tre anni dopo in Calabria il presidente del parco dell' Aspromonte Tonino Perna fece stampare alla Zecca dello Stato l' Ecoaspromonte: era bellissimo, troppo forse ed ebbe breve vita». Arriviamo così al 2007 a Napoli: l' associazione Masaniello, che si ispirava alle cose che Paoletti scriveva in rete sul suo blog centrofondi. it stampa gli Scec, «lo sconto che cammina». Spiega Paoletti, che oggi guida l' arcipelago Scec fatto di 10 mila associati con duemila imprese: «Formalmente e fiscalmente è uno sconto. In realtà è un dono che tu faia un altro membro della comunità affinché lui spenda i suoi soldi lì». I modelli sono tanti, quindi. Ma nell' estate del 2006 i quattro ragazzi sardi si entusiasmano per l' antica vicenda del Wir, una moneta creata in Svizzera da 16 imprenditori per superare la crisi del ' 29: oggi rappresenta una rete di 80 mila aziende locali. La Sardegna potrebbe fare lo stesso, pensano. E nel luglio del 2009 varano il Sardex: per semplicità decidono che un Sardex varrà un euro ma spiegare la moneta senza moneta non è affatto semplice. Ci vogliono nove mesi a mettere a segno la prima transazione: da allora è un crescendo continuo, 420 aziende affiliate e un totale delle transazioni quadruplicato in un anno. Come funziona una moneta che non c' è? «Come una camera di compensazione di crediti e debiti», spiegano. Quando un' azienda entra nel circuito le vengono assegnati dei Sardex: «È un fido bancario ma senza interessi». L' assenza di interessi è un punto fondamentale: non si fa denaro con il denaro, i soldi servono solo a scambiarsi beni e servizi. Questa apparente eresia si chiama finanza etica. E quindi i Sardex assegnati a chi aderisce rappresentano l' importo di beni e servizi che ciascuno è disposto a vendere e a comprare nel network. Entro dodici mesi, quella posizione va pareggiata: se una azienda è in difficoltà si muovono tutte le altre e se proprio è impossibile tornare in pareggio - ma non è ancora mai accaduto - , la posizione viene saldata in Euro. È questo intervento umano che fa dire al loro presidente Gabriele Littera, 26 anni, che «non abbiamo dietro un algoritmo, ma relazioni, cioé i nostri broker, che cercano di far combinare affari aiutando chi è più debole. La tecnologia è un ausilio». L' euro però non scompare: e non solo perché ogni azienda decide di usare i Sardex per smaltire le possibili giacenze di magazzino, i probabili tavoli vuoti al ristorante, le ore inoperose di un artigiano. Ma perché in euro si pagano l' Iva, le altre imposte, i contributi previdenziali. E questo rende il business legale oltre che trasparente (l' evasione nel mondo dei Sardex è impossibile essendo tutto tracciato in tempo reale). I veri vantaggi sono altri, però. «La ricchezza resta sul territorio e vengono valorizzati i prodotti locali». E con la crisi in corso non è poco. Per questo il Sardex va. Renato Soru, l' inventore di Tiscali, ne è un sostenitore entusiasta e prevede una espansione in tutta Italia: in Sicilia sta partendo un network gemello che si chiama Sicanex; a Torino in consiglio comunale il Popolo della libertà e i grillini concordano sulle necessità di creare il Taurino; e a Nantes, in Francia, due italiani sono al lavoro per creare il Bonùs. Qualcosa sta cambiando insomma. E molto. Lo scorso 8 dicembre Giuseppe Littera si è messo la coppola edè andato alla City di Londra dove è stato invitato a svelare l' arcano sardo a una platea di investitori internazionali; nel frattempo i dirigenti della Banca Centrale dell' Ecuador sono stati qualche giorno a Serramanna per imparare. E finalmente sono arrivati i soldi (in euro) di un venture capital per sviluppare il progetto con obiettivo stratosferico: in dieci anni transare il 10% dell' economia sarda, due miliardi e rotti di euro. Ci riusciranno? Dipende da come andrà il passaggio da moneta fra aziende (com' è adesso) a moneta per consumatori, previsto in primavera. Prima però è previsto un lancio atteso con molta curiosità in questo mondo: quello del Dropis. Un sistema con il quale ciascuno diventerà banca centrale di se stesso. Lo stanno realizzando due giovani italiani, Sebastiano Scrofina e Dario Perna che stanno scrivendo righe su righe di codice per realizzare una moneta peer-to-peer senza confini: «Sarà lo Skype dello banche», sogna Scrofina, forte del recente sostegno di due investitori storici del mondo internet italiano. Il Dropis funzionerà così: chiunque voglia vendere qualcosa in rete, si assegna via Internet dei Dropis pari al prezzo che vuole incassare. «I Dropis sono baratti di promesse» spiega Scrofina. Che valore hanno? «Quello che uno gli vorrà riconoscere. Quei soldi sono garantiti dai beni o servizi disponibili e sono subito spendibili in rete per chi li vuole accettare. È troppo poco? Con la crisi di liquidità che c' è in giro, è moltissimo». Comunque vada a finire, l' impressione è che la guerra all' euro sia appena iniziata


Fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica ... oneta.html
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Re: Monete complementari et similia

Messaggioda Emiliano Careri » 20/01/2012, 16:07

...Domenico Auriti...sic...manco il nome proprio scritto giusto!

Lo stesso giornale segnala l'uscita negli USA del saggio "the end of money" di David wolman.
Una società cresce e diventa grande quando uomini vecchi piantano alberi alla cui ombra sanno di non potersi mai sedere.
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Re: Monete complementari et similia

Messaggioda domenico.damico » 15/02/2012, 16:29


Crisi dell'euro e dell'economia: vecchie e nuove monete (ri)nascono
di Dario Aquaro

Non è una battaglia chisciottesca quella ingaggiata dagli abitanti di Villamayor de Santiago (Cuenca), piccolo comune di 3mila anime della Castiglia-La Mancia. Contro i mulini a vento non combattono, anzi: in un autentico molino hanno allestito un muso etnografico. Contro i giganti, in un certo senso, invece sì.

Il ritorno delle vecchie monete
Nella terra del famoso queso manchego, Villamayor –che può menar vanto delle sue tre aziende casearie – vede un terzo della popolazione disoccupata. Lavoro scarso, pochi euro a far girare l'economia locale. Così dopo l'ultimo Natale i negozianti hanno deciso una piccola svolta. Per un mese – si son detti – facciamo affari in pesetas. «Abbiamo capito che non c'erano euro nelle tasche dei nostri clienti», confessa Luis Miguel Campayo, a capo dell'associazione dei commercianti.

Però forse gli abitanti – specie quelli più anziani – potevano conservare ancora le vecchie monete. Infatti. «Le persone mantengono un legame romantico con il passato» (che ritorna). Trenta negozianti hanno accettato l'idea. «Ha cominciato ad arrivare un sacco di gente», racconta il farmacista José María Caballero, anche con biglietti di grosso taglio, da 5mila pesetas (30 euro) e l'immagine del re Juan Carlos. Ma per la maggior parte sono affluite piccole monete da 50, 100, 500 pesetas.

La campagna è andata così bene che – scaduto il termine iniziale del mese di gennaio – si è deciso di estenderla anche a febbraio. Perché le vendite hanno superato il milione e 200mila pesetas (circa 7mila euro), e raccolto clienti da tanti paesini limitrofi. Vuoi vedere quante monete del vecchio conio giacciono ancora dimenticate nelle giacche dismesse o in fondo ai cassetti? Quando l'iniziativa sarà davvero finita, Campayo andrà a Madrid a cambiare le pesetas in euro, e tornerà per distribuire i ricavi (calcolatrice alla mano). Il cambio è quello del 2002, quando anche la Spagna passò alla valuta europea. Al contrario di altri paesi che hanno messo una scadenza, come in Italia, il Banco de España della capitale iberica consente ancora la sostituzione della peseta: si stima che ce ne sia in giro per un valore pari a 1,5 miliardi di euro.

Una stima simile a quella fatta ad agosto 2011 dalla Banca d'Italia in riferimento alle lire: 1,3 miliardi di euro, cioè 2500 miliardi della nostra vecchia moneta. Che il Dl 201/2011 "salva Italia" ha prescritto anticipatamente: da dicembre le lire non valgono più, se non per affetto, collezionismo o numismatica. Ma fino all'ultimo è stato anche qui un susseguirsi di negozi dove era ancora possibile pagare con Volta e Montessori, dai negozi d'abbigliamento ai benzinai, alle poste private. Contro la crisi dell'euro, certo.

La nascita di nuove monete
Stesso principio che in Francia ha spinto Jean-François Marques e altri due amici a lanciarsi nella creazione di una nuova moneta, l'Occitan. Marques, 46 anni, "bistrotier utopista" ed editore del mensile gratuito «blablablah» a Pézenas (Hérault), ha definito la scelta «un atto di militanza e solidarietà». Il biglietto color porpora l'ha immaginato 2 anni fa, quando era presidente dei commercianti di questa cittadina di circa 9mila abitanti: per promuovere il mercato "bio", favorire l'economia locale e affrancarsi dalle banche. «Il denaro – dice - è come una vite in un ecosistema: se una pianta sia ammala, tutta la vigna muore». E ancora: «Occorrerebbe una moneta per speculare, un'altra per gli scambi, e una terza per il cibo». Un occitan vale un euro: ci sono biglietti da 1,2,5,10 con numero di serie, data di validità, immagine di Molière su sfondo di croci occitane, motto: «Liberté, Parité, Communauté». Non un palliativo alla valuta europea ma un soldo complementare, affermano i commercianti: l'utopia è una affare serio. Nel 2011 si contavano già 250 consumatori aderenti al progetto, che han fatto circolare 6mila occitans. La rete raccoglie 48 affiliati tra negozi e ristoranti: la moneta non è fuorilegge, ma supportata dall'associazione TAT (terre à terre), creata all'uopo.

Come altre associazioni, sempre in Francia, supportano altre monete. A Brest circolano biglietti da 1,2,5,10,20 Héol, introdotti dall'Associazione per lo sviluppo dell'economia sociale e solidale (Adess). Voce di chi cerca un mezzo di scambio economico più rispettoso delle persone e dell'ambiente: è stato messo in circolazione l'equivalente di 20mila euro (anche qui 1 heol=1 euro). Destinato ai pagamenti nelle strutture e nei negozi aderenti alla rete. Stessa cosa accade con il Sol Violette a Tolosa, l'Abeille a Villeneuve-sur-Lot, la Mesure a Romans.

In Italia abbiamo avuto altri esempi del genere. Di recente, ai soldi "materiali" si sono affiancati i soldi "virtuali" e a "chilometro zero", nati in Sardegna ma solo per il pagamento tra aziende (almeno per il momento). I Sardex - ideati da tre ragazzi nel 2009 – hanno raccolto centinaia di aziende affiliate. «La ricchezza resta sul territorio – ha detto il presidente della società Gabriele Littera, intervistato da Riccardo Luna – e vengono valorizzati i prodotti locali». Con l'obiettivo in 10 anni di transare il 10% dell'economia sarda. Mentre in Sicilia sta partendo un network gemello che si chiama Sicanex, i Sardex diventeranno fra qualche mese una moneta per consumatori. Un'altra sfida all'euro.


Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/economia ... 1157.shtml
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Re: Monete complementari et similia

Messaggioda domenico.damico » 20/02/2012, 12:16


Usa, boom delle monete locali con cui non si specula
di Alessandro Montesi

Negli Usa si diffondono sempre di più nuove monete locali. Lo scopo è creare un mezzo di scambio alternativo al dollaro con cui fornire accesso al credito e promuovere lo sviluppo sociale. Ma qual è la storia della moneta? Perché vengono create monete alternative? Dalla sua nascita alla fine della convertibilità oro-dollaro, un viaggio nella storia del denaro, di cui Keynes ha detto: «Ha importanza solo per quello che può procurare».


Gli americani credono ancora nel dollaro? A giudicare da quello che sta succedendo all’interno del loro sistema monetario, sembrerebbe di no. Nonostante il forte orgoglio patriottico made in Usa, intorno al dollaro si stanno verificando novità di non poco conto. Preoccupati per il destino della propria moneta – anche a seguito alla sua svalutazione dopo l’introduzione dell’euro – alcuni stati americani hanno deciso di sfidare la Federal Reserve, la banca centrale Usa, proponendo l’introduzione di monete locali. Una “rivoluzione monetaria” che attraversa tutti gli States, partendo dal Minnesota e Georgia, passando per Iowa Tennessee, South Carolina per arrivare in Indiana, Utah nell’estremo Nordest di Washington State.

Perché si stanno diffondendo monete alternative al dollaro? Per rispondere, occorre ripensare il concetto di moneta, come istituzione, funzione e soprattutto come fonte di valore. La moneta è una merce, dato che è scambiabile nei mercati valutari. Rappresenta tutte le altre merci, essendo usata per acquistare altri beni e può essere conservata indefinitamente e all’infinito senza costi, cioè senza perdere la sua capacità di scambio nel tempo (tutti i beni normali, ad esempio frutta e verdura, sono soggetti a deterioramento). Un’altra caratteristica della moneta è quella di poter essere sottratta dal mercato: risparmiare moneta in periodi di crisi, può convenire rispetto a investimenti poco sicuri, nei mercati azionari o immobiliari. La moneta emessa da ogni Banca centrale, cioè la moneta che ha corso legale, riveste tre funzioni: unità di conto (come misura di valore, cioè il prezzo), riserva di valore (appunto perché se accantonata-risparmiata, accresce il valore di risorse del suo possessore) e mezzo di scambio.

E la stessa storia della moneta coincide con la storia dell’uomo. Un possibile racconto potrebbe partire da due testi di Aristotele (384 a.C. – 322 a.C.), l’Etica e la Politica. Se nell’Etica la nascita della moneta come misura di valore coincide con la creazione della comunità, è nella Politica che la moneta diventa mezzo di scambio. Nasce insomma il commercio tra comunità diverse. Manca la terza funzione che ha la moneta oggi, l’essere riserva di valore, cioè una possibile fonte di risparmio. Infatti, essendo le monete coniate con metalli preziosi, ad avere valore non erano le monete stesse ma il materiale con cui erano coniate (oro, argento, bronzo).

Dall’Impero romano passando al Medioevo per arrivare alle grandi monarchie tra ‘800 e ‘900, si può ritenere che la moneta sia stata sempre res principis: spettava, infatti, all’autorità sovrana (il re o lo stato) e non al mercato come accade oggi, definire le caratteristiche legali dei prezzi e il loro valore. La contraffazione delle monete era ritenuto un reato di lesa maestà, dato che ritraevano sovrani e re. Per secoli, fino all’istituzione del primo gold standard (regime aureo) 1717 da parte di Isacc Newton – che fissò la parità della sterlina inglese all’oro – la moneta è stata sempre associata ad un valore metallico. La novità storica del gold standard, rispetto all’antico regime monetario, risiede nella possibilità di pagare i debiti non più in monete (coniate con metalli diversi) ma con una quantità d’oro equivalente al debito, secondo la parità prefissata. Come scrive il professor Luca Fantacci nel libro La moneta, storia di un’istituzione mancata «dalle prime coniazioni auree del re Creso nel VI a.C. fino alla sospensione della convertibilità del dollaro da parte del presidente Nixon nel 1971, l’oro è stata moneta».


Il 1971 rappresenta un punto di svolta nella storia della moneta. Il 25 agosto, il presidente Richard Nixon, minacciato dalle richieste degli ex-alleati di convertire i dollari accumulati durante la fase di ricostruzione europea, spezza il “sacro legame” tra metallo e moneta. Le casse americane infatti non avevano abbastanza oro da coprire tutte le richieste di conversione. In quel momento nacque la moneta com’è intesa oggi, cioè con la caratteristica di riserva di valore. Questa, con le sue tre funzioni, fu denominata Fiat money. Letteralmente significa “lascia che sia fatto”, permette al mercato e non allo stato di attribuire il valore alla moneta senza un sottostante reale che in passato era appunto rappresentato dall’oro. Insomma venne creata la moneta-merce non convertibile, puramente e solamente cartacea, senza alcun sottostante. Con quest’atto, ciò che era la moneta per eccellenza cioè l’oro, perde la sua caratteristica principale: quella di pagare i debiti.

Le monete locali americane che nascono oggi hanno l’intento di ricreare un valore reale sottostante alla moneta cartacea. Infatti, la moneta locale è un accordo per usare un altro mezzo di scambio o unità di conto (ma non riserva di valore) alternativo rispetto al dollaro. Lo scopo è collegare l’accesso al credito con le risorse inutilizzate. Insomma associare un valore reale alla moneta cartacea, promuovere lo sviluppo economico-sociale e costruire un capitale sociale all’interno della comunità. La moneta comunitaria non può essere accumulata o risparmiata, dato che ciò che viene accumulato è oro, argento, cibo (food stamp) o persino tempo (come alla banca del tempo presente anche qui in Italia). Tutto questo accade anche se la costituzione americana, con l’articolo 18, vieta ai singoli stati di emettere o stampare le proprie monete, ma permette la possibilità di creare «monete complementari metalliche di argento e oro come legal tender, come mezzo di pagamento per i debiti».

Una ricerca del professor Ed Collom del dipartimento di sociologia dell’università Southern Maine (Portland, Maine) ha cercato di individuare cosa favorisca l’introduzione delle monete locali. Nascono e si trovano nella città “più giovani”, dove l’età è in media di trentatré anni e dove si verificano alti indici di povertà e la presenza di famiglie povere. Non solo, le monete locali vivono e si diffondono dove è alta diffusione di lavori autonomi e si registrano alti tassi di disoccupazione. La grande diffusione delle monete locali e i suo relativi vantaggi sono confermati dalla grande diffusione che hanno raggiunto. Oltre queste monete ve ne sono 65 dichiarate non ufficialmente attive.


La moneta locale più diffusa si chiama Ithaca hours. È una banconota cartacea collegata al valore del dollaro: al valore di un’ora corrispondono 10 dollari. La risorsa scambiata con questa moneta è il tempo dei residenti della comunità. Creata da Paul Glover nel 1991, la moneta ha raggiunto una grande diffusione, scambiata da una comunità di migliaia di persone, tra cui 400 imprenditori per un giro d’affari di 105mila dollari. Quella che ha creato invece più problemi agli Usa è stata il Liberty Dollar. Coniato in oro e argento, è stato eliminato a seguito ad un’operazione del Fbi (qui il documento che ne attesta l’irregolarità). Questa moneta complementare, creata da Bernand von Nothaus nel1998, aveva un sottostante di metallo che ne garantiva il valore: 10$ erano scambiati per esempio con un’oncia di argento mentre 500$ corrispondeva a un’oncia d’oro. Secondo il suo fondatore, il liberty dollar che aveva raggiunto, nella comunità dove era adottato, un giro d’affari maggiore del 50% rispetto ai dollari. È stato bandito dalle autorità dato che rischiava di minacciare il funzionamento della moneta nazionale.


La grande distinzione tra moneta merce (la fiat money, la moneta che noi utilizziamo quotidianamente), e la moneta non merce (cioè le monete locali) sta nell’estinzione del debito. Con un regime di parità aurea, una banca centrale che vuole emettere moneta e che si indebita verso il circuito interbancario è poi costretta a ripagare il debito con una quantità d’oro prefissata (la moneta quindi coincide con un debito ripagato in oro). In un sistema di fiat money, come quello di oggi, se la banca centrale vuole emettere monete (espansione monetaria) comprando titoli, non deve accantonare niente e basta che stampi semplicemente i “bigliettoni verdi”. Sarà sempre debito che verrà ripagato con l’emissione di un altro debito, cioè moneta che a scadenza sarà pagato con l’emissione di altra moneta che sarà ripagata con l’acquisto di altri titoli e quindi l’emissione di moneta... Insomma, una moneta che rappresenta un indebitamento infinito che non sarà mai effettivamente ripagato dalle banche centrali.

Ma la storia della moneta post 1971 è anche la storia delle sue crisi. Tra il 1973 e il 1975 c’è stata la secondary crisis collegata allo shock petrolifero, seguita dal lunedì nero del ‘87 quando la borsa di New York perse il 23%, fino a quella argentina tra il ‘99 e il 2000. Dopo l’Argentina, ci sono stati i “sei anni di grande pace” alla crisi dei mutui subprime che ha portato alle crisi (e alle recessioni) prima di Irlanda, poi di Grecia e Portogallo, Spagna e Italia, fino a colpire l’intera eurozona. Prima della creazione della moneta merce, tra il XIV secolo e il XIX secolo, sono intercorse un decina di gravi crisi economiche: la crisi del 1375 che porto alla bancarotta la grande famiglia banchiera di Firenze dei Bardi, quella che porto allo scoppio della bolla dei tulipani in Olanda (1637), la depressione post-napoleonica a metà del ’800 e la prima grande depressione tra il (1873-76).

Quindi sembra che la moneta attuale non abbia funzionato molto bene. È difficile pensare che dei fogli di carta così facilmente riproducibili (diversamente dall’oro che è prezioso proprio perché raro) abbiano un cosi alto valore. La moneta non va risparmiata, ma essendo nata come mezzo di scambio va scambiata, come cercano di fare le persone che coniano e utilizzano monete locali. D’altra parte, J.M. Keynes l’aveva ben presente: «Il denaro ha importanza solo per quello che può procurare».

Fonte: http://www.linkiesta.it/come-funzionano-monete-locali
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Bitcoin

Messaggioda domenico.damico » 27/04/2012, 22:34


RETE
Bitcoin, la "criptomoneta" digitale anonima e sganciata dalle banche
E' l'unica valuta elettronica completamente indipendente dal controllo economico ufficiale, in cui ogni utente è di fatto una piccola banca. Ognuno può creare moneta e ottenere beni e servizi. Ma c'è un lato oscuro

ANONIMA e non tracciabile, come la parte nascosta della Rete. Si chiama Bitcoin ed è la moneta digitale che aspira a diventare la nuova frontiera delle transazioni su internet. L'unica tra le valute virtuali a non far riferimento a un organo bancario centrale di qualche tipo. Ma è anche la moneta ideale per pagamenti illegali, rigorosamente online. Una moneta, come tutte, a due facce: libertà nei pagamenti e zero inflazione, ma anche denaro virtuale per pagare armi e droga 1 al riparo da ogni forma di controllo.

L'idea su cui si basa la moneta elettronica creata nel 2009 da Satoshi Nakamoto è quella di creare e trasferire denaro usando la crittografia, invece che fare riferimento ad autorità centrali. Una vera e propria criptomoneta, che esiste solo per chi la conosce e la usa. E la usa per rimanere anonimo in tutti i pagamenti, essere slegato dai tradizionali processi economici come l'inflazione, le tasse, le commissioni, i vincoli delle banche.

La Bitcoin è una moneta digitale priva di un ente centrale, non tracciabile e creata in una rete "peer to peer". La gestione individuale permette di accedere a compravendite online da coloro che hanno scaricato (anonimamente) il software open source in grado di gestire le transazioni.

Portafoglio segreto. Entrare nel mondo del cash digitale non è un processo immediato ma nemmeno difficile. Per cominciare a utilizzare la Bitcoin occore crearsi prima un portafoglio dove la moneta verrà conservata: si fa attraverso un'applicazione "client" da scaricare sul computer, oppure attraverso un sito dedicato. La moneta virtuale si può conservare sul proprio pc, rischiando però di perdere tutto se il computer si rompe. Ma naturalmente si è possibile archivarla online. Poi bisogna ottenere il cash elettronico per riempire il portafoglio: ci sono vari modi.

Le caratteristiche fondamentali della Bitcoin sono poche e precise: le monete possono essere trasferite tra qualsiasi "nodo" del network, ovvero tra coloro che hanno il software in grado di gestire le transazioni, che sono irreversibili e immediate (sono trasmesse in pochi secondi e verificate tra i 10 e i 60 minuti). L'algoritmo che è alla base del software consente di creare un massimo di 21 milioni di Bitcoin.

Ognuno è una banca. Chiunque può coniare Bitcoin ma il processo è molto lungo. Per guadagnare immediatamente qualche moneta elettronica si possono completare dei "bonus program" su determinati siti che permettono di guadagnare monete digitali in cambio di piccole azioni come provare nuove app, guardare delle pubblicità, acquistare qualcosa su altri siti web. Altrimenti ci sono dei siti di cambio che vendono la moneta virtuale. Un bitcoin vale circa 3,8 euro.

Inflazione impossibile. I bitcoin si muovono in una rete peer-to-peer, e visto che non esiste un ente centrale è impossibile per qualunque autorità tracciare i movimenti oppure manipolare il valore dei Bitcoin, quindi l'inflazione è impossibile. Proprio per l'impossibilità di essere tracciata, la Bitcoin è diventata la moneta prediletta per tutte quelle transazioni illegali, come la compravendita di armi e droga. Ma come in ogni cosa, il lato oscuro è il corrispettivo di quello chiaro: l'esistenza della Bitcoin testimonia come il cyberspazio sia un luogo vivo e ormai reale, in cui è possibile scambiarsi beni e servizi in un contesto avulso da quello tradizionale.

(26 aprile 2012)


Fonte: http://www.repubblica.it/tecnologia/201 ... -33184225/
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Re: Monete complementari et similia

Messaggioda domenico.damico » 27/04/2012, 22:38

Correlato a quanto sopra:


INTERNET
Sesso, droga e armi, la faccia cattiva del web
Esiste un'altra Internet. Parallela e anonima. Dove si trova Silk Road, "il sito che non esiste" a cui accedere con procedure clandestine. E dove con i "bitcoin", valuta virtuale, si può comprare qualsiasi cosa. Dall'ecstasy alle armi. Perché niente è proibito, nel "dark web", nato per essere libero e pirata, ma cresciuto dentro i confini del crimine

di RICCARDO LUNA

HO visto un sito che voi umani non potete neanche immaginare. Ho visto Silk Road. Non è la nuova Via della Seta. È il più grande mercato nero del mondo. Il posto dove comprare ogni tipo di droga. E documenti falsi. E pornografia. In assoluta sicurezza. Anonimato totale. Nessuno sa chi fa cosa. Nessuno sa cosa fai. Eppure quel sito non esiste.

Se digitate il suo indirizzo nella barra del vostro browser - una serie infinita di lettere e numeri senza alcun senso apparente - oppure chiedete notizie a Google o a un altro motore di ricerca, la risposta sarà sempre la stessa: quel sito non esiste. Sbagliato. Sarebbe più giusto dire: ci dispiace, non sappiamo dov'è, perché è in quella sconfinata zona oscura della rete dove arrivano solo i più esperti. I temerari. Gli amanti della libertà a costo della vita. E i contrabbandieri di ogni tipo.

"Il lato oscuro di Internet è non averlo", disse una volta Nicholas Negroponte, il guru della cultura digitale. Aveva ragione. Ma solo perché non aveva ancora visto the dark web. Sotto la superficie di miliardi di siti che possiamo navigare, ce ne sono molti di più dove nessuno sa cosa accade.

Per le polizie di tutto il mondo sono impenetrabili: anche ammesso che uno riesca ad entrarvi la sensazione è di partecipare ad un ballo in maschera di fantasmi. Chi arrestare e come? Non si tratta di un fenomeno piccolo, anzi. Già dieci anni fa si diceva che il dark web fosse 500 volte più grande del world wide web che conosciamo. Da allora nessuno si è più azzardato a fare calcoli di una realtà ancora impossibile da decifrare.

È stato un amico, che frequenta un giro di hacker, a darmi la dritta giusta: "Lo sai che esiste un'altra Internet?". Il pensiero è andato subito alle recenti rivoluzioni in Egitto e in Tunisia e al 2009 della rivolta degli iraniani sedata nel sangue: già allora si parlava di una rete parallela dove gli attivisti potevano comunicare senza essere intercettati dalle forze di polizia. È fondamentale, questa Internet parallela, perché essere individuati vuol dire essere torturati e uccisi. Per questo lo scorso giugno l'amministrazione Obama ha deciso di finanziare con due milioni di dollari un progetto chiamato "Internet in a suitcase", una rete parallela a disposizione dei dissidenti di tutto il mondo. "No, non parlo di quelle cose lì. Parlo del paradiso del commercio di droga. Di tutte le droghe che esistono. E della pornografia infantile, purtroppo. Roba forte, immagini terribili di bambini, meglio se non le vedi. Fidati di me. Ma se proprio vuoi andarci, almeno apriti una e-mail finta e ti spiego come fare".
Farsi una e-mail finta è il minimo. La vera cosa da fare per navigare l'altra Internet è installare sul proprio computer Tor: un software gratuito che consente l'accesso a una rete parallela, impossibile da sorvegliare. Inizialmente fu sviluppato, a partire dal 1995, come un progetto della Marina degli Stati Uniti per impedire che le conversazioni governative fossero intercettate dal nemico. Con questa protezione nessuno può sapere chi sta parlando con chi. Le reti di questo tipo si chiamano "reti a cipolla", onion routing, infatti il simbolo di Tor è una cipolla. E molti siti di questo universo parallelo invece di finire con il suffisso punto it o punto com, hanno il punto onion.

Il progetto Tor è tutt'altro che velleitario: nel 2004 è stato finanziato dalla Electronic Frontier Foundation, uno dei baluardi della libertà sul web; nel 2007 da Human Rights Watch; e persino da Google dal 2007 al 2011. Quest'anno, accanto a una misteriosa organizzazione non governativa americana che ha donato oltre un milione di dollari, il sostenitore più importante è la BBG, Broadcasting Board of Governors, agenzia federale che rappresenta emittenti come Radio Free Europe, Voice of America, Office of Cuba Broadcasting. Insomma, dietro Tor non c'è una gang di terroristi. Perché Tor è uno strumento per diventare invisibili: lo puoi usare per la libertà. Oppure per vendere cocaina e bombe.

L'installazione del software dura pochi secondi. Quando termina, sulla barra di navigazione del computer compare una cipolla stilizzata. Inserito l'indirizzo giusto (se non lo hai non c'è alcun luogo dove tu possa andare), dopo un laborioso processo di registrazione si arriva su Silk Road, che si definisce "anonymous marketplace". Qui il simbolo è un beduino di spalle che cavalca un cammello. Ed entrando si capisce subito che il piatto forte del sito non è la seta, ma la droga. Sembra di stare su Amazon o qualunque altro sito di commercio elettronico: solo che al posto dei libri e dei dischi, ci sono le foto di vari tipi di droga. Hashish, coca, eroina. L'articolo più venduto è Mdma, più nota come ecstasy. Il fatto che Mdma sia un bestseller non è una supposizione di chi naviga, ma una notizia, perché c'è una classifica dei prodotti più venduti. Proprio come accade su iTunes. Allo stesso modo chi compra può fare una recensione del prodotto, "davvero fantastica quella roba!", e dare un punteggio al venditore, "ve lo consiglio, è uno spacciatore coi fiocchi".

Ma questo non è lo store della Apple evidentemente, anche se le logiche con cui è organizzato sono le stesse. Per esempio le categorie: una ventina. Non solo droga, insomma. Le classifiche dei prodotti più richiesti aiutano a capire un po' di più chi siano questi anonimi clienti. Fra gli apparecchi elettrici il numero uno è l'antenna Yagi per la ricezione di trasmissioni a banda larga. Nella sezione video domina Dirty Pictures, film sul dottor Shulgin, il chimico che avrebbe scoperto gli effetti di tante droghe psichedeliche. Fra i libri, il primo della lista è la guida per rimorchiare donne sconosciute, Get Laid, portatela a letto. Ma anche il libro di ricette di cucina con la cannabis va forte). C'è un bel catalogo di prodotti di marca contraffatti dove gli occhiali di Gucci battono i RayBan, ma non sembra una buona notizia. C'è chi si vende una chitarra elettrica usata. E chi offre il kit per farsi documenti falsi (ma il massimo in questa categoria è una perfetta replica di un passaporto del Regno Unito con tanto di ologramma).

Il sesso ha un capitolo importante, naturalmente, secondo solo alle droghe: nella top ten parecchi titoli promettono video con minorenni, i "teenager". Qui dei bambini non c'è traccia. Non è un caso. Lo scorso ottobre gli hacker di Anonymous, che hanno steso i siti web di mezzo mondo, sono entrati nel dark web e hanno mandato in frantumi "Lolita City", il peggiore sito di pedopornografia in circolazione. Un segnale molto chiaro. In fondo anche Silk Road ha una sua etica. E la sbandiera. "Non si commercia nulla che possa fare del male agli altri", è la promessa. Le droghe sono un altro discorso, dicono, sono un fatto di libertà.

Tutto il mercato non funziona in dollari o in euro, naturalmente: funziona in bitcoin: una delle più note monete alternative nate sul web. Vengono prodotti automaticamente da una rete di computer volontari in base a un algoritmo ideato nel 2009 da un misterioso giapponese poi sparito nel nulla, Satoshi Nakamoto. Da allora, con alti e bassi, i bitcoin sono diventati una vera valuta per transazioni online: oggi ce ne sono in circolazione circa otto milioni con un cambio ufficiale: un bitcoin vale circa 3,8 euro. Ecco, la seconda cosa da fare per stare su Silk Road, dopo aver installato Tor, è aprirsi un conto in bitcoin in uno dei tanti siti web che li distribuiscono. I vantaggi sono numerosi: in testa l'anonimato delle transazioni. Chi li gestisce ha sostenuto che in realtà la polizia se volesse potrebbe risalire a chi ha comprato e venduto visto che tutti gli spostamenti di questa moneta alternativa sono tracciati da un server. A loro volta da Silk Road hanno ribattuto che ogni volta che i loro clienti concludono un affare, i server mandano così tante operazioni fasulle contemporanee che risalire ai veri protagonisti è virtualmente impossibile.

Ma chi c'è dietro Silk Road? Apparentemente un tizio che si firma "Dread Pirate Roberts", il terribile pirata che non faceva prigionieri nel film La principessa sposa. È lui (o lei) ad animare il forum ufficiale. A chiamare "nostri eroi" i venditori che prendono rischi enormi per fare funzionare il mercato. E soprattutto a dare il senso politico a questa operazione. Scrive per esempio: "A prescindere dalle tue motivazioni, se sei qui sei un rivoluzionario. Le tue azioni porteranno soddisfazioni a coloro che per troppo tempo sono stati oppressi. Devi esserne fiero e andare a testa alta". Lo scorso 9 gennaio, scimmiottando il Discorso sullo Stato dell'Unione del presidente Usa, Pirate Roberts ha rilasciato un discorso sullo Stato della Strada. Dopo aver raccontato quanta strada era stata fatta in un anno nonostante avessero alle calcagna le polizie di mezzo mondo, ha annunciato una vera rivoluzione: il taglio delle commissioni su ogni transazione, "il 6,23 per cento è troppo, lo ammetto".

Qualche giorno fa l'annuncio più importante: a grande richiesta è nato "The Armory", uno spin off verticale "per vendere piccole armi a scopo di difesa". Ieri lì c'era una vera lotteria: chi aveva il biglietto vincente, si beccava una Colt.

(11 aprile 2012)


Fonte: http://www.repubblica.it/tecnologia/201 ... -33089682/
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Scec

Messaggioda domenico.damico » 24/05/2012, 19:01

La moneta unica di Montesacro: si compra e vende con lo «scec»

Di Davide Desario

ROMA - Se il neo sindaco di Parma vuole davvero introdurre una moneta locale faccia un salto a Montesacro. In quello spicchio di Roma, infatti, il grillino Federico Pizzarotti scoprirà che da qualche settimana circolanogli scec: minibanconote, stile Monopoli, stampate dal presidente del IV Municipio Cristiano Bonelli del Pdl e distribuite gratuitamente a tutti i cittadini e commercianti che aderiscono alla moneta complementare.

L’idea è dell’assessore alle Politiche sociali, con l’hobby degli studi economici, Francesco Filini. Un progetto che il 15 febbraio si è trasformato in una delibera e adesso è già operativa: dal macellaio alla pizzeria, dal carrozziere alla palestra per ottenere sconti bisogna pagare con gli scec. Il principio di fondo non è nuovo: sostenere i piccoli negozi di prossimità schiacciati dallo strapotere della grande distribuzione. Una campagna che già alla fine degli anni Novanta venne lanciata da Furio Colombo con un articolo dal titolo «A luci spente, le città muoiono» contro la prima invasione degli ipermercati che costringevano alla chiusura le piccole botteghe.

Ma adesso la crisi è globale e strutturale e non riguarda solo i commercianti ma tutte le famiglie. Così, come già avvenuto in Inghilterra e Francia, il quarto Municipio di Roma si è inventato gli scec (solidarietà che cammina). Il tutto nasce da un’analisi del modo di spendere delle famiglie nei quartieri: non è una novità che tutti siano propensi, per una serie di fattori quali l’apparente risparmio e la comodità di non andare a cercare in più esercizi i prodotti, a rivolgersi quasi esclusivamente alla grande distribuzione. «Ma la grande distribuzione è composta da catene di multinazionali estere - spiega Filini - che non solo uccidono il piccolo commercio ma tolgono moneta ai quartieri. Spendendo 100 euro da Auchan si tolgono 100 euro al territorio perché questi non vengono reinvestiti: il signor Auchan non andrà mai a tagliarsi i capelli o ad aggiustare la sua automobile in IV Municipio».

E allora? Ecco gli scec: un banale e colorato pezzo di carta che permetta di ancorare gli euro al commercio locale. Funziona così: un commerciante (artigiano o libero professionista) decide di aderire liberamente al circuito erogando uno sconto al cittadino. La cosa di per sé accade ovunque anche con percentuali maggiori. Ma è uno sconto a perdere: il pizzaiolo se fa uno sconto del 10% su una spesa di 20 euro, ha perso 2 euro. Con gli scec, invece, quello sconto viene certificato con dei pezzi di carta: il pizzaiolo incassa 18 euro (e paga le tasse per 18 euro) e 2 scec. Ma gli scec che ogni commerciante incassa possono essere spesi nel circuito messo in piedi, cosicché il pizzaiolo che ha riempito la cassa di scec può spenderli per comprare i fiori di zucca e la passata di pomodoro da mettere sulle pizze non al supermercato ma dal fruttivendolo o piccolo alimentari di quartiere.

Insomma si ottiene sostanzialmente una riduzione di prezzi e soprattutto si mantiene la liquidità nel quartiere. Come fa un cittadino a ottenere gli scec? Il cittadino iscrivendosi al progetto ottiene 100 scec iniziali da poter utilizzare nelle attività commerciali che hanno aderito all’iniziativa. A oggi hanno aderito oltre 50 esercizi commerciali tra Montesacro e Talenti e un migliaio di cittadini. Chissà adesso come la pensa Beppe Grillo.

Fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php ... 0#commenti
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Re: Monete complementari et similia

Messaggioda domenico.damico » 02/10/2012, 18:48

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DROPIS

Messaggioda domenico.damico » 07/11/2012, 18:13

Il progetto di Sebastiano Scròfina ha preso forma e sostanza e ha suscitato molto interesse.
Lo trovo interessante e sembra diverso da altri, perché:

1) alternativo al sistema ufficiale;
2) basato sulla fiducia e sullo scambio equo;
3) ben fatto e ben pensato;

l'auspicio è che si inserisca nel movimento di riforma monetaria e non divenga lo stagnetto su cui
far affidamento quando il lago della moneta-debito non ci soddisfa o è a secco, insomma che non diventi la
solita zeppa al sistema debito.
E siccome S. Scròfina ha conosciuto e frequantato il prof. Auriti...

http://www.dropis.com/#whatis

Rassegna stampa:

http://italianvalley.wired.it/news/2012 ... 13972.html
http://domenicods.wordpress.com/2012/04 ... -e-la-faz/
http://www.youtube.com/watch?v=nPng3gICH1I
http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/ ... e-alleuro/
http://youmedia.fanpage.it/video/UFmQf-SwRdhhG2Ah
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SPAGNA, CRISI E MONETE "ALTERNATIVE"

Messaggioda domenico.damico » 09/01/2013, 11:42

Eurocrisi e “decrescita felice”, in Spagna è boom di monete virtuali
Sono almeno 33 le valute alternative in uso sulla scia della scarsa liquidità. Anche presso gli enti locali, con un sindaco che ha sottoscritto un progetto pilota: l’idea è che tutti gli 315 abitanti del suo paese possano pagare nella valuta alternativa alcuni servizi comunali e magari anche le tasse

The End of Money? Forse. È difficile sapere se ci sarà mai quel cambiamento radicale descritto nel libro di David Wolman, pubblicato quest’anno negli Stati Uniti. Ma di certo vivere senza denaro si può. Ne sono convinti in Spagna dove, probabilmente ispirati al Wir, la moneta creata in Svizzera da 16 imprenditori per superare la crisi del ’29, hanno ideato una rete di valute virtuali per scambiarsi beni e servizi in maniera legale. L’euro per ora non scompare, ma chi sta già utilizzando queste forme di pagamento racconta: “Non possiamo che essere felici”.

Del resto la decrescita auspicata dall’economista Serge Latouche è già in atto. Le famiglie spagnole sono tornate indietro di 27 anni: il loro potere d’acquisto si è ridotto al minimo. Ma la disoccupazione, la recessione e la scarsa liquidità del sistema economico hanno trasformato il Paese in un laboratorio di idee. Sulla scia della decrescita felice, appunto. Si chiamano ecosol, turutas, moras, pumas, pepas o zoquitos. Sono forme di pagamento complementari – la prima è nata nel 2007 – e in Spagna se ne contano almeno 33. La maggior parte concentrate in Catalogna e in Andalusia. Anche se ormai quasi tutte le comunità autonome ne hanno almeno una. L’obiettivo è quello di apportare dinamicità all’economia locale, promuovere lo sviluppo sostenibile e potenziare il reciproco aiuto.

Come spiega l’esperto Julio Gisbert, autore del blog virisinempleo.org, alcune sono “complementari”, altre “alternative”. Le prime convivono con l’euro e cercano di “muovere l’economia locale e ripristinare il mercato”. Le altre invece “nascono da collettivi ecologisti e hanno una matrice anticapitalista”. Tutte però, con l’euro in declino e la crisi che spreme le tasche dei cittadini, iniettano liquidità al sistema, compensano gli squilibri e fanno in modo che la ricchezza non esca dalle frontiere.

Ma come funziona una moneta virtuale? Con un sistema di crediti e debiti: il conto non cresce col passare del tempo. I soldi sono fatti per essere spesi. E per scambiarsi beni. Chi paga e compra in pumas o in zoquitos ha una sorta di libretto di risparmio dove registra tutti i movimenti. In positivo se si vende qualcosa (un pane fatto in casa, verdure del proprio orto, vestiti di seconda mano), in negativo se si comprano beni o servizi. Si comincia con zero e si ritorna a zero, con un sistema trasparente che ti lega alla comunità. I beni e i servizi sono messi in vetrina su internet o di volta in volta nei piccoli mercatini rionali. E da tempo ci sono anche molti negozi che accettano queste forme di pagamento.

Così è possibile alloggiare in albergo, mangiare al ristorante, bere vino tino e magari andare dal parrucchiere. E se l’auto fa capricci fare un salto dal meccanico. Basta avere la tessera in mano e segnare le uscite. L’ultima forma di pagamento virtuale in ordine di tempo è nata in estate. Il trentenne Eduard Folch ha creato la rete Alto Congost, una piattaforma sul web che comprende otto paesini di Barcellona. La moneta si chiama eco. E sul sito compaiono le offerte, le richieste e perfino un sistema di pagamento online attraverso il cellulare.

La svolta però è arrivata dal piccolo comune di Tagamanent: per la prima volta ad agosto un’amministrazione pubblica ha pagato in ecos i servizi di pulizia e di organizzazione della festa di paese. E non solo. Il sindaco Ignacio Martínez ha sottoscritto con la rete di Alto Congost un progetto pilota: l’idea è che tutti i 315 abitanti possano pagare in ecos alcuni servizi comunali, come la piscina, i mezzi pubblici o il teatro. E magari riscuotere alcune tasse attraverso questa moneta. “Così organizziamo meglio il nostro bilancio, non devo più chiedere prestiti né lamentarmi con le istituzioni superiori. E otteniamo una maggiore coesione sociale”, ha detto entusiasta il primo cittadino alla stampa spagnola. Perché anche a Tagamanent sono convinti che l’economia debba trovare una strada diversa. Più ampia e fuori dagli schemi.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01 ... li/454678/
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