U.S.A.

Questa sezione accoglie discussioni e segnalazioni su articoli usciti dai vari mezzi di informazione

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Messaggioda Lorenzo Lenzi » 20/01/2012, 11:56

Mitt Romney, il “presidente” degli ebrei sionisti americani
:::: Matteo Simonetti :::: 9 gennaio, 2012 ::::
Dietro le grandi tragedie di quest’ultimo cinquantennio si scorge quasi sempre, purtroppo, la mano statunitense. Solo per riferirci al recente passato, Iraq, Afghanistan, Serbia, Libia…e ora si prepara l’attacco all’Iran, previo isolamento forzoso dai suoi possibili alleati, almeno quelli abbordabili, leggi Siria.

Si tratta di un’opzione geopolitica che gli Usa hanno intrapreso ormai da tempo, per esattezza dal 2003, quella di muoversi nel Vicino e Medio oriente creando un arco di instabilità organizzata, a fini espansionistici. Lo hanno fatto senza nemmeno preoccuparsi di mascherare le loro intenzioni. Secondo alcuni questo piano, denominato “Grande Medio Oriente”, sarebbe oggi agli sgoccioli per un fallimento su tutta la linea. Secondo altri invece, anche a causa della crescita cinese alla quale occorre mettere almeno un freno geopolitico, è giunto al momento di massima accelerazione.

Personalmente propenderei per la seconda ipotesi, visto che la nuova arma adottata, cioè l’importazione nell’area di una democrazia fittizia, si è arricchita di un nuovo strumento tattico, o se non nuovo certamente aggiornato, cioè l’infiltrazione mediatica (e insieme fisica) nel tessuto sociale del paese da colpire, la creazione ex novo di una resistenza interna, la manipolazione delle opinioni del cosiddetto “occidente” tramite dei veri e propri “falsi mediatici”, la creazione di un casus belli umanitario e infine il bombardamento e l’invasione, mascherate da liberazione nazionale. Quando si mette a punto una nuova arma e la si usa con così grande prevedibilità e puntualità, anche forzando così tanto i tempi da sfidare l’imbarazzo, certamente si è in fase di preoccupata e preoccupante accelerazione.

C’è poi un ulteriore motivo per credere che l’azione in medio oriente non si arresterà: l’influenza sionista sugli Usa non è scemata con l’amministrazione Obama, come era prevedibile se solo si fossero scorsi i nomi dei suoi collaboratori governativi, economici e militari. La “doppia fedeltà” degli ebrei americani, che agiscono sul palco e dietro le quinte, personalmente e con i vari gruppi sovranazionali di pressione e controllo, non mancherà di esercitarsi a danno del popolo statunitense, come è sempre stato. Sottolineo questo aspetto “ebraico” della politica estera americana perché, come vedremo, sarà centrale nel discorso che affronteremo.

Premesso ciò, occorre ancora una volta, se vogliamo capire ciò che sta per accadere, dare un’occhiata a ciò che succede oggi in America per quanto riguarda le primarie del partito repubblicano. Quali saranno gli attori che contenderanno il potere (si fa per dire, dato che è il potere economico occulto che sceglie i politici-camerieri) al Premio Nobel più assurdo della storia, dinanzi al quale anche quello assegnato a Dario Fo appare sacrosanto?

In vantaggio in questo momento, grazie alla vittoria nello Stato dell’Iowa, sembra esserci il mormone Mitt Romney. Diamo uno sguardo attento al profilo di questo personaggio, alla sua storia, alle sue parole, per capire cosa ci si può attendere da lui se vincerà le primarie.

Si tratta di un banchiere miliardario, un professionista della politica, che coniuga alla perfezione la sua forte fede mormone (quindi di ascendenza protestante, quindi di matrice ebraica) con lo spirito capitalistico più estremo, come la tesi weberiana insegna.

Per quanto riguarda lo stretto legame tra ebraismo e puritanesimo americano esistono studi di vari autori, ad esempio quelli di Luigi Copertino, una sorta di valido “aggiornamento” del lavoro di George Batault. La fratellanza tra questi due “comportamenti” religiosi è riscontrabile anche nel filosionismo dei vari predicatori televisivi americani, oggi visibili anche da noi, comodamente, grazie al satellite. Nelle loro prediche, tra un’ammonimento all’imminente apocalisse e uo al necessario pentimento, è tutto un accennarsi alla terra promessa, a Sion, alla difesa di Israele dall’assalto dei miscredenti e via discorrendo.

Al di là delle affinità di carattere storico e storico-religioso, c’è un ottimo articolo di Timothy Stanley su “The Atlantic”, intitolato Potrebbe essere Mitt Romney il primo presidete ebreo?, che svela le parentele più legate, invece, all’attualità. Vi si legge che qualche giorno fa il pretendente alla Casa Bianca ha incontrato i rappresentanti ebrei dei repubblicani, dissertando sulle affinità tra queste due minoranze religiose americane, riscuotendo vivi e prolungati applausi, soprattutto quando ha affermato di credere in “uno stato israeliano ebraico”, quando ha criticato la debolezza di Obama nel Medioriente e quando ha detto che i “legami tra Usa e Israele sono indissolubili”.

Anche la moglie di Romney, nell’Aprile 2011, ad un incontro con un’altra confederazione di ebrei repubblicani, sottolineò le affinità delle esperienze “separatiste” dei mormoni con quelle degli ebrei e fu molto apprezzata. In effetti i sondaggi danno il gradimento di Romney tra gli elettori ebrei al 32% contro il 21% che aveva McCain, per fare un esempio.

Ci sono altri motivi che accomunano mormoni ed ebrei: entrambi si dichiarano “scelti” da dio; entrambi giungono dall’Israele biblico; entrambi chiamano gli altri “gentili”, hanno diete particolari, si oppongono ai matrimoni misti… Ma l’affinità più importante tra i due gruppi è che provengono da storie di sofferenza: anche i mormoni, soprattutto verso la metà dell’800 furono perseguitati, costretti all’esilio ed uccisi. David Ben Gurion disse: “nessuno più dei mormoni può capire gli ebrei”.

Queste ed altre considerazioni portano alla conclusione che, se eletto, Romney potrà essere un buon presidente sionista, forse il migliore. Tra l’altro si troverebbe in buona compagnia, sia tra i repubblicani che tra i democratici, visto che tutti, tranne Ron Paul che non sembra navigare in buone acque, potrebbero fregiarsi di tale titolo.

Questo perché chi finanzia i politici, l’elite economica, foraggia a pioggia tutti e piazza i suoi uomini nelle posizioni chiave di entrambe gli schieramenti. A tal proposito è utilissima la lettura di un altro articolo, questo di Bob Adelman per la Charleston Voice, intitolato “I consulenti di Romney sono le elites di estrema sinistra”. In esso sono riportati i nomi di coloro che Romney ha messo tra i propri “advisors”: oltre ad essere persone “di sinistra” (il che non sarebbe un male se solo destra e sinistra esistessero), basta dare un’occhiata ai cognomi per notare la provenienza ebraica: Joseph, Lehman, Zackheim, Kagan. Sì,si tratta proprio del famigerato Robert Kagan che sotto Bush teorizzò varie amenità: la legittimità machiavellica dell’uso della forza per costruire il diritto, l’uso dell’attacco preventivo e via dicendo.

Adelman conclude affermando che sotto la pressione di tali elites, Mittney non potrà fare a meno di continuare a “costruire l’impero Usa con il sangue degli americani”, tanto per ricollegarci alle riflessioni circa la politica estera di cui sopra.

Per finire con questo breve profilo del più probabile candidato repubblicano, dobbiamo riportare alcune frasi dette durante un incontro presso un’importante scuola militare, nell’Ottobre 2011: “Dio ha creato gli Usa per dominare il mondo”, “rivedere i tagli massicci alla difesa operati da Obama”, “ci riserviamo il diritto di agire da soli per proteggere i nostri interessi azionali” contro “le visioni statunitensi di Iran, Corea del Nord, Venezuela e Cuba”.

I neocons sono tornati alla ribalta? Nel qual caso aspettiamoci subito un nuovo Afghanistan, questa volta in Iran.

Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/mitt-rom ... ani/12949/
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Re: U.S.A.

Messaggioda Vito Zuccato » 21/01/2012, 20:12

Articolo decisamente scadente, settario, depistante, improntato a fomentare odio etnico gratuito e a far confondere la comunità ebraica con una presunta élite sionista globale.
Come se non bastassero i deliri di Blondet e di Freda (nomen omen).

Tolto qualche sprazzo di geopolitica e di economia scritto coi piedi, il resto merita questo aforisma:

"Vergognatevi, ancora a giocare a chi ce l'ha più lungo..."
[Marco Saba, 14 dicembre 2011, ore 9:46]

:ugeek:
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Chomsky: chi possiede il mondo?

Messaggioda domenico.damico » 09/11/2012, 17:04

Chi possiede il mondo?

di Noam Chomsky

26 ottobre 2012

AMY GOODMAN: Siamo a Portland, Oregon, perché facciamo parte del giro in 100 città organizzato dalla Maggioranza ridotta al silenzio. Questa settimana in cui il presidente Obama e l’aspirante alla presidenza, Mitt Romney hanno fatto un dibattito su problemi di politica estera, e sull’economia, noi ci rivolgiamo a Noam Chomsky, dissidente politico famoso in tutto il mondo, linguista, scrittore, e professore al MIT. In un recente discorso, il professor Chomsky ha esaminato argomenti in gran parte ignorati o soltanto accennati durante la campagna elettorale, dalla Cina alla Primavera Araba, al riscaldamento globale e alla minaccia nucleare posta da Israele contro l’Iran. Ha parlato il mese scorso all’Università del Massachusetts ad Amherst a un evento sponsorizzato dal Center for Popular Economics. La sua conferenza era intitolata. “Chi possiede il mondo?”

NOAM CHOMSKY: quando pensavo a queste osservazioni, avevo in mente due argomenti, non riuscivo a decidere quale dei due scegliere, in effetti molto ovvii. Uno è: quali sono i problemi più importanti che dobbiamo affrontare? Il secondo è: quali problemi non si stanno trattando seriamente – o per nulla – in questa follia quadriennale in corso che si chiama elezione? Mi sono però reso conto che non c’è un problema; non è una scelta difficile: sono lo stesso argomento. E ci sono delle ragioni che sono di per se stesse molto significative. Mi piacerebbe tornare su questo punto fra un momento. Prima dirò alcune parole sul contesto, iniziando dal titolo che è stato annunciato: “Chi possiede il mondo?”

In realtà, una bella risposta a questa domanda è stata data tanti anni fa da Adam Smith, una persona che ci si aspetta che adoriamo, ma che non leggiamo. Era un po’ sovversivo quando lo si legge. Si riferiva alla nazione che era la più potente del mondo ai suoi tempi, e, naturalmente, era la nazione che lo interessava, cioè l’Inghilterra. E ha fatto notare che in Inghilterra gli architetti della politica sono coloro che possiedono la nazione: e che ai suoi tempi erano i mercanti e i produttori di merci. E ha detto che essi si assicurano di disegnare le linee politiche, in modo che i loro interessi vengano seguiti in modo particolare. La politica è al servizio dei loro interessi, per quanto sia doloroso l’impatto sugli altri, compreso il popolo inglese.

Smith era, però un conservatore vecchia maniera con principi morali, quindi ha aggiunto le vittime dell’Inghilterra, le vittime di quella che chiamava “l’ingiustizia selvaggia degli Europei”, dimostrata specialmente in India. Ebbene, non aveva illusioni su chi fossero i proprietari, quindi, per citarlo di nuovo, “Tutto per noi stessi e nulla per le altre persone, sembra, in ogni età del mondo, essere stata la ignobile massima dei padroni del genere umano.” Era vero allora; è vero adesso.

La Gran Bretagna ha mantenuto la sua posizione come potenza mondiale dominante quando il ventesimo secolo era già cominciato da un pezzo, malgrado il suo declino progressivo. Alla fine della seconda guerra mondiale, il dominio si era spostato rapidamente nelle mani dell’ultimo arrivato al di là del mare, gli Stati Uniti, di gran lunga la società più potente e ricca nella storia del mondo. La Gran Bretagna poteva aspirare soltanto ad essere il suo socio meno anziano, come aveva mestamente riconosciuto il Foreign Office britannico (il mistero degli esteri). In quel momento, il 1945, gli Stati Uniti possedevano letteralmente la metà della ricchezza mondiale, incredibile sicurezza, controllavano l’intero emisfero occidentale, entrambi gli oceani, le sponde opposte di entrambi gli oceani. Non c’è nulla, non c’è mai stato nulla del genere nella storia.

E i pianificatori lo hanno capito. I pianificatori di Roosvelt si incontravano durante la Seconda guerra mondiale per disegnare il mondo del dopo guerra. Erano molto sofisticati al riguardo, e i loro piani sono stati abbastanza messi in pratica. Volevano assicurarsi che gli Stati Uniti avrebbero controllato quella che chiamavano una “grande area” che avrebbe incluso, sistematicamente l’intero emisfero occidentale, tutto l’Estremo Oriente, l’ex Impero britannico, di cui gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo, e il più possibile dell’Eurasia – cosa di importanza cruciale – i suoi centri di commercio e di industria in Europa occidentale. E nell’ambito di questa area, dicevano, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto un potere indiscutibile con una supremazia militare ed economica, assicurando nello stesso tempo la limitazione di qualunque esercizio di sovranità da parte di stati che potessero interferire con questi disegni globali.

Quelli erano piani piuttosto realistici a quell’epoca, data l’enorme disparità di potere. Gli Stati Uniti erano stati di gran lunga il più ricco paese del mondo perfino prima della Seconda Guerra mondiale, sebbene non ne fossero ancora i principali protagonisti mondiali. Durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti avevano guadagnato moltissimo. La produzione industriale era quasi quadruplicata, e ci aveva fatto uscire dalla depressione economica. I rivali nell’industria sono stati rovinati o seriamente indeboliti. Era dunque un sistema di potere incredibile.

In effetti, le politiche che erano state delineate sono ancora valide. Si possono leggere nelle dichiarazioni del governo. E’ diminuita, però, in modo significativo la capacità di attuarle. In realtà c’è un tema importante nelle discussioni di politica estera, nel giornalismo e così via. Il tema si chiama “declino americano.” Quindi, per esempio, sul più prestigioso giornale di relazioni internazionali dell’establishment, il Foreign Affairs, (Affari esteri), un paio di mesi fa, c’era un argomento che aveva sulla prima pagina in grandi lettere in neretto la domanda: “L’America è finita?” Questo annunciava il tema della questione. E c’è un corollario standard a riguardo: il potere si sta spostando verso occidente, verso la Cina e l’India, che sono le due potenze in ascesa e che saranno gli stati egemonici del futuro.

In effetti penso che il declino sia piuttosto reale, ma si richiedono alcuni seri requisiti. Prima di tutto, il corollario è altamente improbabile, almeno nell’immediato futuro. La Cina e l’India sono paesi molto poveri. Date soltanto un’occhiata, per esempio, all’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite: quei due paesi sono molto in basso. La Cina è circa novantesima. Penso che l’India sia intorno al centoventesimo posto, l’ultima volta che ho guardato l’indice. E hanno anche terribili problemi interni: problemi demografici, povertà estrema, disuguaglianza terribile, problemi ecologici. La Cina è un grande centro manifatturiero, ma in realtà è soprattutto un impianto di assemblaggio. Assembla quindi parti e componenti, frutto di un’alta tecnologia che arriva dai suoi centri industriali più avanzati: il Giappone, Taiwan, la Corea del sud, Singapore, gli Stati Uniti, l’Europa – e fondamentalmente si limita a un lavoro di assemblaggio. E così comprate una di queste cose che iniziano con la -i, un ipod della Cina – si chiama prodotto di esportazione cinese, ma le parti, i componenti, e la tecnologia vengono da fuori. E il valore aggiunto in Cina è pochissimo: è stato calcolato. Saliranno nella scala della tecnologia, ma sarà una salita difficile, per l’India ancora di più. Si dovrebbe quindi essere scettici riguardo al corollario.

C’è però un altro requisito che è più serio. Il declino è reale, ma non è un fatto nuovo. Va avanti dal 1945, ed è avvenuto molto rapidamente. Alla fine degli anni 40, c’è un avvenimento che è noto qui come “la perdita della Cina”. La Cina diventava indipendente. Era la perdita di un enorme pezzo della vasta area asiatica, ed è diventata un problema fondamentale nella politica interna americana. Chi è responsabile della perdita della Cina? Ci sono state un sacco di recriminazioni, ecc. In effetti l’espressione è piuttosto interessante. Per esempio, io non posso perdere il tuo computer, giusto? perché non lo possiedo. Posso perdere il mio computer. Ebbene, la locuzione “perdita della Cina” presuppone in un certo quale modo un principio profondamente rispettato del tipo di consapevolezza dell’elite americana: noi possediamo il mondo e se qualche suo pezzo diventa indipendente, lo abbiamo perduto. E quella è una perdita terribile; dobbiamo fare qualche cosa al riguardo. Non si mette mai in dubbio, e questo è di per sé interessante.

Ebbene, circa nello stesso periodo, intorno al 1950, cominciarono a sorgere preoccupazioni sulla perdita del Sud est asiatico. Questo ha portato gli Stati Uniti alle guerre in Indocina, alle peggiori atrocità del dopo guerra – in parte vinte in parte no. Un avvenimento molto significativo nella storia moderna è avvenuto nel 1965, quando in Indonesia, che era il punto di maggiore preoccupazione – infatti essa è la nazione del Sud est asiatico con la maggior parte della ricchezza e delle risorse – c’è stato un colpo di stato militare, quello di Suharto. Ha portato a un incredibile massacro, che il New York Times ha chiamato una “sconvolgente strage di massa,” che ha ucciso centinaia di migliaia di persone, per lo più contadini senza terra; ha distrutto l’unico partito politico di massa; ha aperto il paese allo sfruttamento dell’Occidente. L’euforia in occidente era così enorme, che non si poteva contenere. E così sul New York Times , quando ha descritto la “sconvolgente strage di massa”, la ha chiamata “un barlume di luce in Asia.” Quell’ articolo è stato scritto da James Reston, il principale intellettuale liberale del Times. E lo stesso è accaduto altrove -in Europa, in Australia. E’ stato considerato un avvenimento fantastico.

Anni dopo, McGeorge Bundy, che era il consigliere per la sicurezza nazionale di Kennedy e Johnson, a posteriori ha fatto notare che sarebbe stata una buona idea porre fine alla guerra del Vietnam, a quel punto, e ritirarsi. Contrariamente a tante illusioni, la Guerra del Vietnam è stata combattuta principalmente per assicurarsi che un Vietnam indipendente non si sarebbe evoluto con successo e non sarebbe diventato un modello per altre nazioni di quella area. Per prendere a prestito la terminologia di Henry Kissinger usata per il Cile, dobbiamo impedire che quello che chiamava il “virus” dello sviluppo indipendente diffondesse il contagio altrove. Questa è una parte critica della politica estera americana fin dalla Seconda guerra mondiale: la Gran Bretagna, la Francia e altri paesi in grado minore. E nel 1965, era finito. Il Vietnam del sud era praticamente distrutto. Si sparse la voce rivolta al resto dell’Indocina che esso non doveva essere il modello per nessuno e il contagio è stato contenuto. Il regime di Suharto si era assicurato di non venire contagiato. E abbastanza presto gli Stati Uniti hanno avuto dittature in ogni nazione di quella zona: Marcos nelle Filippine, una dittatura in Tailandia, Park Chun nella Corea meridionale. Non c’erano problemi per l’infezione. Pensava che sarebbe quindi stato un buon periodo per mettere fine alla Guerra del Vietnam. Ebbene questo è il Sudest asiatico.

Il declino però continua. Negli ultimi 10 anni, c’è stato un avvenimento molto importante: la perdita del Sud America. Per la prima volta in 500 anni, dall’epoca dei conquistatori spagnoli, i paesi sudamericani hanno cominciato a muoversi verso l’indipendenza e verso un certo grado di integrazione. La struttura tipica di uno dei paesi Sudamericani era costituita da una piccola elite ricca, occidentalizzata, spesso bianca o per lo più bianca, e da una massa enorme di poveri; paesi separati tra l’uno dall’altro, ciascuno orientato verso l’Europa o, più di recente, verso gli Stati Uniti. Negli ultimi 10 anni, questo aspetto è stato superato in maniera significativa, c’è stato un inizio importante di integrazione, cioè il presupposto dell’indipendenza, e i paesi hanno cominciato ad affrontare alcuni dei loro spaventosi problemi interni. Questa è la perdita del Sud America. Un segno è che gli Stati Uniti sono stati cacciati via da ogni singola base militare del Sud America. stiamo cercando di ripristinarne alcune, ma proprio adesso non ce ne è nessuna.

AMY GOODMAN : il Professore Noam Chomsky del MIT, discute del riscaldamento globale, della guerra nucleare e della Primavera Araba.

NOAM CHOMSKY: Passando a parlare dell’anno scorso, la Primavera Araba è proprio una di queste minacce. Minaccia di eliminare quella grande regione dalla grande zona più grande E’ molto più importante del Sudest asiatico e del Sud America. Torniamo agli anni ’40, quando il dipartimento di stato aveva riconosciuto che le risorse energetiche del Medio Oriente sono ciò che chiamavano “uno dei maggiori tesori materiali nella storia del mondo,” una fonte spettacolare di potere strategico; se possiamo controllare l’energia del Medio Oriente, possiamo controllare il mondo. E questo è un tema che pervade tutte le decisioni politiche. Non se ne discute molto, ma è molto importante avere il controllo, proprio come i consulenti del Dipartimento di stato hanno fatto notare negli anni ’40. Se si controlla il petrolio, si controlla la maggior parte del mondo. E va ancora avanti così.

Finora, la minaccia della Primavera Araba è stata abbastanza ben contenuta. Nelle dittature del petrolio, che sono le più importanti per l’Occidente, ogni tentativo di unirsi alla Primavera Araba, è stato stroncato con la forza. L’Arabia Saudita è stata così eccessiva, che quando c’erano tentativi di scendere in piazza, la presenza della sicurezza era così enorme, che la gente aveva perfino paura di uscire. C’è poco da discutere di quello che succede in Bahrein, dove la rivolta è stata soffocata, ma l’Arabia Saudita orientale ha fatto di molto peggio. Gli Emirati hanno il controllo totale e quindi tutto va bene. Siamo riusciti ad assicurare che la minaccia di democrazia venisse schiacciata nei luoghi più importanti.

L’Egitto è un caso interessante. E’ un paese importante, è soltanto un piccolo produttore di petrolio. In Egitto gli Stati Uniti hanno però seguito una procedura operativa standard. Se qualcuno di voi entrerà in diplomazia, dovreste comunque impararla. C’è una procedura standard quando uno dei vostri dittatori preferiti si mette nei guai. Prima lo si appoggia il più a lungo possibile, ma se diventa davvero impossibile, diciamo che l’esercito si rivolti contro di lui, per esempio, allora gli si dà il ben servito e si fa in modo che la classe degli intellettuali rilasci risonanti dichiarazioni sul proprio amore per la democrazia, e poi si cerca di restaurare il vecchio sistema il più possibile. Ci sono una serie di casi di questa strategia: Somoza in Nicaragua, Duvalier ad Haiti, Marcos nelle Filippine, Chun nella Corea del sud, Mobutu in Congo. Ci vuole del genio per non accorgersi di tutto ciò. Ed è esattamente ciò che si è fatto in Egitto, e ciò che ha cercato di fare la Francia in Tunisia non proprio con lo stesso successo.

Ebbene, il futuro è incerto, ma la minaccia della democrazia fin ora è stato contenuta. E’ una minaccia seria. Tornerò sull’argomento in seguito. E’ anche importante riconoscere che il declino negli ultimi 50 anni ce lo siamo inflitto da soli in misura significativa, specialmente a partire dagli anni ’70. Tornerò anche su questo argomento. Prima però fatemi dire un paio di cose sui problemi più importanti oggi e che vengono ignorati oppure non trattati seriamente – intendo dire trattati seriamente nelle campagne elettorali, per buone ragioni. Fatemi cominciare con gli argomenti più importanti. Ce ne sono due tra questi: Sono di importanza assoluta, perché da questi dipende il destino della nostra specie. Uno è il disastro ambientale, e l’altro è la guerra nucleare.

Non dedicherò molto tempo a esaminare le minacce del disastro ambientale. In realtà, sono in prima pagina tutti i giorni. Per esempio, la settimana scorsa il New York Times aveva una notizia in prima pagina intitolata: “Alla fine dello scioglimento estivo, il ghiaccio del Mare Artico stabilisce un nuovo record negativo che provoca allarme.” Lo scioglimento questa estate è stato molto più rapido di quanto era stato predetto dai sofisticati modelli informatici e dal più recente rapporto delle Nazioni Unite. Si prevede ora che forse il ghiaccio scomparirà entro il 2020. Secondo la precedente previsione la data doveva essere il 2050. Hanno citato scienziati che hanno detto che questo è “un primo esempio del conservatorismo intrinseco delle [nostre] previsioni metereologiche. Per quanto terribili [siano le previsioni] sulle conseguenze a lungo termine delle emissioni che intrappolano il calore….molti [di noi] temono che forse si stanno sottostimando la velocità e la gravità dei cambiamenti impellenti.” In realtà, c’è un programma di studio sui cambiamenti del clima al MIT (Massachusetts Institute of Technology) dove lavoro. Hanno avvertito di questo fenomeno da anni e ripetutamente si è dimostrato che avevano ragione. Il servizio del Times discute brevemente il grave attacco, il grave impatto di tutto questo sul clima del mondo, e aggiunge: “I governo non hanno però replicato al cambiamento con nessuna maggiore urgenza per limitare le emissioni di gas serra. Al contrario, la loro principale replica è stata quella di programmare lo sfruttamento di minerali di recente accessibili nell’Artico, e le trivellazioni per cercare altro petrolio.” Questo vuol dire accelerare la catastrofe. E’molto interessante. Dimostra una straordinaria volontà di sacrificare la vita dei nostri figli e nipoti a favore di guadagni a breve termine, o forse una volontà ugualmente notevole di chiudere gli occhi in modo da non vedere il pericolo incombente – queste cose talvolta si notano nei bambini piccoli; una cosa sembra pericolosa, alloara chiudo gli occhi e non voglio guardarla.

C’è un’altra possibilità, intendo dire che forse glie esseri umani stano in qualche modo cercando di far avverare alla previsione di un grande biologo americano scomparso di recente, Ernst Mayr. Sosteneva, anni fa, che l’intelligenza pare che sia una mutazione letale, e ne aveva delle buone prove. C’è una nozione di successo biologico, che vuol dire che ci sono tantissimi esseri umani sulla terra. Questo è il successo biologico. E ha fatto notare che se si guarda alle diecine di miliardi di specie nella storia del mondo, quelle che sono riuscite bene sono quelle che mutano molto rapidamente, come i batteri, o quelle che hanno una nicchia ecologia fissa, come gli scarafaggi. Sembra che se la cavino bene. Se però ci si sposta in alto sulla scala di quella che chiamiamo intelligenza, il successo diminuisce nettamente. Quando si arriva ai mammiferi, è molto bassa. Ne esistono pochi. Cioè, ci sono un sacco di mucche, soltanto perché le addomestichiamo. Quando parliamo degli umani, è la stessa cosa. Fino a tempi recenti, troppo recenti per comparire in qualsiasi spiegazione di tipo evoluzionistico, gli esseri umani erano molto sparsi. C’erano tantissimi altri ominidi che però sono scomparsi, probabilmente perché gli umani li hanno sterminati, ma nessuno lo sa di sicuro. Comunque forse stiamo cercando di dimostrare che gli esseri umani si inseriscono bene in un modello generale. Possiamo anche sterminare noi stessi e anche il resto del mondo insieme a noi, e noi siamo fortemente determinati a farlo proprio adesso.

Bene, passiamo alle elezioni. Entrambi i partiti politici ci chiedono di peggiorate questo problema. Nel 2008 entrambe le piattaforme dedicavano un certo spazio ai modi in cui il governo avrebbe dovuto occuparsi dei cambiamenti climatici. Attualmente, nella piattaforma repubblicana, l’argomento è essenzialmente scomparso. La piattaforma, domanda, però, che il Congresso agisca rapidamente per impedire che l’Agenzia di protezione dell’ambiente regoli i gas serra. Assicuriamoci, quindi, di peggiorare la situazione. E chiede anche di aprire la zona dove dell’Arctic Refuge alle trivellazioni – per trarre (adesso riporto le parole) “vantaggio da tutte le risorse americane che Dio ci ha concesso.”

Dopo tutto, non si può disobbedire a Dio. Riguardo alla politica ambientale il programma dice: “Dobbiamo ripristinare l’integrità scientifica nelle istituzioni pubbliche per la ricerca e eliminare gli incentivi politici dalla ricerca finanziata con il denaro pubblico.” Tutto questo è una parola in codice rivolta al mondo della scienza climatica che significa:smettetela di finanziare le ricerche scientifiche sul clima. Lo stesso Romney dice che non c’è consenso tra gli scienziati, e quindi si dovrebbero sostenere altri dibattiti e ricerche all’interno della comunità scientifica, ma nessuna azione, tranne quella destinata a peggiorare il problema.

Ebbene, e i Democratici? Ammettono che ci sia un problema e sostengono che dovremmo operare per arrivare a un’intesa che stabilisca i limiti delle emissioni [di gas serra], di comune accordo con altre potenze emergenti. Ma non è così. Nessuna azione. E infatti, come ha sottolineato Obama, dobbiamo lavorare duramente per guadagnare quello che chiama cento anni di indipendenza energetica ottenuta sfruttando le risorse nazionali o quelle canadesi per mezzo della fratturazione o di altre tecnologie elaborate. Non si chiede come cosa sarà il mondo fra cento anni. Ci sono, quindi delle differenze che riguardano il livello di entusiasmo con cui i pecoroni dovranno marciare verso il precipizio.

Passiamo adesso al secondo problema principale: la guerra nucleare. Anche questo argomento è sulle prime pagine ogni giorno, ma in un modo che sembrerebbe stravagante a un osservatore indipendente che consideri che cosa sta accadendo sulla terra, e infatti sembra stravagante a una notevole maggioranza di nazioni del mondo. L’attuale minaccia è ora, e non per la prima volta, in Medio Oriente ed è incentrata sull’Iran. Il quadro generale in occidente è chiaro: è di gran lunga troppo pericoloso permettere che l’Iran ottenga quella che si chiama “potenziale nucleare”, cioè il potenziale che hanno a disposizione molte potenze, dozzine di potenze, per produrre armi nucleari se decidono di farlo. In quanto a dire se lo hanno deciso, i servizi segreti statunitensi dicono di non saperlo. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha appena fornito il suo rapporto più recente

due settimane fa e conclude che non può dimostrare – “l’assenza di materiale nucleare non dichiarato e di attività nucleari in Iran.” Ora, vuol dire che non può dimostrare qualche cosa, una condizione che non può essere soddisfatta. Non c’è modo di dimostrare l’assenza dell’azione -questo è utile – perciò all’Iran deve essere negato il diritto dia arricchire l’uranio, il che è garantito a ogni potenza che ha firmato il Trattato di non-proliferazione.

Bene, questo è il quadro dell’occidente, che non è come quello che c’è nel resto del mondo. Sono sicuro che sapete che a Teheran c’è stato da poco (in agosto, n.d.t.) un incontro dei Paesi non-allineati – cioè una grande maggioranza delle nazioni del mondo che rappresentano la maggior parte della popolazione mondiale. E ancora una volta, e non è stata la prima, hanno rilasciato una risonante dichiarazione per sostenere il diritto dell’Iran ad arricchire l’uranio, diritto che ha ogni nazione che ha firmato il trattato di non-proliferazione [nucleare]. La stessa cosa è abbastanza vera anche nel mondo arabo. E’ interessante e ci tornerò tra poco.

C’è un motivo fondamentale di preoccupazione che è stato espresso in maniera concisa dal generale Lee Butler, ex capo deo Commando strategico degli Stati Uniti che controlla le armi nucleari e la strategia nucleare. ha scritto che “E’ estremamente pericoloso che nel calderone di animosità che chiamiamo Medio Oriente” una nazione debba avere armamenti nucleari, poiché potrebbe ispirare altre nazioni a fare lo stesso. Il generale Butler non si riferiva però all’Iran; si riferiva a Israele, il paese che è ai primi posti nei sondaggi europei come nazione più pericolosa del mondo – appena sopra l’Iran – e, non a caso, al mondo arabo, dove il pubblico considera gli Stati Uniti come la seconda nazione più pericolosa, subito dopo Israele. Nel mondo arabo l’Iran, anche se non è amato, è considerato inferiore come minaccia dalle popolazioni, cioè, non dalle dittature.

Per quanto riguarda le armi nucleari dell’Iran, nessuno vuole che quel paese le abbia, ma in molti sondaggi, maggioranze di persone, spesso notevoli maggioranze, hanno detto che la regione sarebbe più sicura se l’Iran possedesse armi nucleari, per bilanciare quelle delle loro maggiori minacce. Ci sono un sacco di commenti sui mezzi di informazione occidentali sugli atteggiamenti arabi verso l’Iran, e quello che si legge, normalmente, è che gli Arabi vogliono un’azione decisa contro l’Iran che è vero se parliamo di dittatori, non delle popolazioni. Ma chi si preoccupa delle popolazioni che vengono chiamate, in modo dispregiativo, la strada araba? Non ce ne importa. Questo è un riflesso del disprezzo estremamente profondo rispetto alla democrazia esistente nelle elite occidentali; è così profondo che non si può neanche percepire. Lo studio degli atteggiamenti popolari nel mondo arabo – e al riguardo esiste un ampio studi delle agenzie occidentali di sondaggi – rivela rapidamente perché gli Stati Uniti e i loro alleati si preoccupano così tanto delle minacce della democrazia e fanno quello che possono per evitarla. Certamente non vogliono che atteggiamenti come quelli che ho appena indicato diventino politica, naturalmente, ma allo stesso pubblicano calorose affermazioni sulla nostra appassionata dedizione alla democrazia. E queste vengono trasmesse con obbedienza dai giornalisti e dagli opinionisti.

Ebbene, al contrario dell’Iran, Israele rifiuta assolutamente le ispezioni, rifiuta di aderire al Trattato di non-proliferazione, ha sistemi avanzati di lancio. Inoltre ha un lungo curriculum di violenza e repressione. Si è annessa e si è istallata in territori conquistati in modo illegale, in violazione degli ordini del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha fatto molte azioni di aggressione – cinque volte soltanto contro il Libano, senza alcun pretesto plausibile. Sul New York Times di ieri, si può leggere che le Alture del Golan siriano sono territorio disputato. C’è una risoluzione del Consiglio nazionale di sicurezza dell’ONU, la 497, che è stata presa all’unanimità, che dichiara illegale l’annessione delle alture del Golan da parte di Israele e chieda che venga annullata. E infatti se ne discute soltanto a Israele e sul New York Times che infatti riflette la reale politica degli Stati Uniti, non quella formale.

Il curriculum di aggressioni dell’Iran in varie centinaia di anni recenti comprende l’invasione e la conquista di un paio di isole arabe. Questo è accaduto quando regnava lo Scià, il dittatore imposto dagli Stati Uniti. Questo è in realtà l’unico caso in varie centinaia di anni.

Nel frattempo, – le avete da poco sentite all’ONU – continuano le gravi minacce di attacchi da parte degli Stati Uniti, ma specialmente da Israele. Ora c’è una reazione a questo ad altissimo livello negli Stati Uniti. Leon Panetta, segretario alla Difesa, ha detto che noi non vogliamo attaccare l’Iran, speriamo che Israele non attacchi l’Iran, ma Israele è un paese sovrano e devono prendere da soli le loro decisioni su che cosa fare. Potreste chiedervi quale sarebbe la reazione se ribaltassimo il cast dei protagonisti. E chi di voi ha interessi di argomenti “antiquari” potrebbe ricordare che c’è un documento che si chiama Carta (statuto) delle Nazioni Unite, il fondamento della moderna legge internazionale, che proibisce la minaccia o l’uso della forza negli affari internazionali. Ci sono due stati canaglia – gli Stati Uniti e Israele – per i quali ciò che riguarda la Carta e la legge internazionale come soltanto un’inezia noiosa, quindi fate come volete. E questo atteggiamento viene accettato.

Ebbene, queste non sono soltanto parole; c’è una guerra in corso, che include terrorismo, uccisione di scienziati nucleari, una guerra economica. Le minacce degli Stati Uniti, non quelle internazionali, hanno tagliato fuori l’Iran dal sistema finanziario internazionale. Gli analisti militari occidentali identificano quelle che chiamano ” armi della finanza” con atti di guerra che giustificano una replica violenta – quando, cioè, sono diretti contro di noi. Tagliare fuori l’Iran dai mercati finanziari internazionali è diverso.

Gli Stati Uniti stanno attuando apertamente una vasta guerra cibernetica contro l’Iran, cosa molto lodata. Il Pentagono la considera equivalente a un attacco armato che giustifica una reazione militare, ma questo, naturalmente, quando è diretto contro di noi. Il principale personaggio liberale del Dipartimento di stato, Harold Koh – è consulente legale di massimo livello del Dipartimento di stato - dice che la guerra cibernetica è un’azione bellica se provoca distruzioni significative come l’attacco contro le installazioni nucleari iraniane, e tali azioni, dice, giustificano la forza come autodifesa. Naturalmente intende soltanto attacchi contro gli Stati Uniti o i loro clienti.

L’arsenale letale di Israele che è enorme, comprende sottomarini all’avanguardia, forniti di recente dalla Germania. Questi sono in grado di trasportare i missili a testata nucleare di Israele, che di sicuro saranno dislocati in nel Golfo Persico o nei pressi se Israele procederà nei suoi piani di bombardare l’Iran, o, più probabilmente, sospetto, per cercare di creare condizioni per le quali gli Stati Uniti lo faranno. E gli Stati Uniti, naturalmente, hanno un vasto arsenale di armi nucleari in tutto il mondo, ma anche intorno a quella zona, dal Mediterraneo all’Oceano indiano, compresa una potenza di fuoco nel Golfo Persico che basta distruggere la maggior parte del mondo.

Un’altra storia che è nei notiziari proprio adesso è il bombardamento da parte di Israele del reattore nucleare di Osirak che viene indicato come modello per il bombardamento israeliano dell’Iran. Si dice raramente, tuttavia, che il bombardamento del reattore di Osirak non ha posto fine al programma di Saddam Hussein per le armi nucleari. Lo ha iniziato. Prima di quelle evento non c’era nessun programma. E il reattore di Osirak non era in grado di produrre l’uranio per le armi nucleari. Naturalmente, però, dopo i bombardamenti, Saddam si è immediatamente dedicato a sviluppare un programma di armi nucleari. E se l’Iran sarà bombardato, quasi sicuramente procederà proprio come ha fatto Saddam Hussein dopo il bombardamento di Osirak.

Fra poche settimane, commemoreremo il 50°anniversario “del momento più pericoloso nella storia umana.” Queste sono le parole dello storico e consigliere di Kennedy, Arthur Schlesinger. Si riferiva, naturalmente, alla crisi dei missili dell’ottobre 1962, “il momento più pericoloso nella storia umana.” Altri sono d’accordo. In quel periodo, Kennedy aveva portato l’allerta nucleare al secondo più alto livello, quasi al punto di lanciare delle armi. Aveva autorizzato i velivoli della NATO, con piloti turchi o altri piloti, a decollare, a volare a Mosca, e buttare delle bombe, cosa che avrebbe forse scatenato una probabile conflagrazione nucleare.

Al culmine della crisi dei missili, Kennedy aveva valutato la possibilità di una guerra nucleare forse al 50 per cento. E’ una guerra che distruggerebbe l’emisfero settentrionale, aveva avvertito il presidente Eisenhower. E di fronte a quel rischio, Kennedy rifiutò di accettare pubblicamente un’offerta da parte di Kruschev di porre fine alla crisi con il contemporaneo ritiro dei missili russi da Cuba e quelli degli Stati uniti dalla Turchia. Erano già stati sostituiti con sottomarini Polaris inattaccabili, ma si era sentita la necessità di stabilire con fermezza il principio che la Russia non ha alcun diritto di avere alcuna arma di offesa in nessun luogo che sia al di là dei confini dell’Unione Sovietica neanche per difendere un alleato da un attacco degli Stati Uniti. Si è ora riconosciuto che questa era il motivo principale per schierare là i missili, in realtà un motivo plausibile. Nel frattempo, gli Stati Uniti devono conservare il diritto di averli in tutto il mondo, puntati contro la Russia o la Cina o qualsiasi altro nemico. Infatti, abbiamo saputo di recente, che nel 1962 gli Stati Uniti avevano in segreto dislocato missili nucleari a Okinawa, puntati sulla Cina. Quello era stato un momento di alte tensioni nella regione. Tutto ciò è coerente con concezioni di grandi quelle che avevo detto essere state sviluppate dai pianificatori di Roosevelt.

Ebbene, fortunatamente, nel 1962, Krushev si tirò indietro. Ma il mondo non può essere sicuro che questa ragionevolezza ci sia per sempre. E, secondo me, è particolarmente pericoloso il fatto che gli intellettuali e perfino il mondo della cultura acclamino il comportamento di Kennedy come il momento più bello della sua vita. Il mio punto di vista è che è stato uno dei peggiori momenti della storia. L’incapacità di affrontare la realtà di noi stessi è una caratteristica fin troppo comune della cultura intellettuale, e ha implicazioni inquietanti anche per la vita personale.

Ebbene, 10 anni più tardi, durante la guerra arabo-israeliana, Henry Kissinger alzò al massimo il livello di allarme nucleare.. Lo scopo era di avvertire i Russi mentre (così abbiamo saputo da poco) informava in segreto Israele che avevano autorizzato di violare il cessate il fuoco che era stato imposto congiuntamente dagli Stati Uniti e dalla Russia. Quando Reagan assunse la carica un paio di anni dopo, gli Stati Uniti avviarono operazioni per indagare sulle difese russe, volando in Russia a questo scopo, simulando attacchi aerei e navali e allo stesso tempo piazzando in Germania missili Perishing che in 5 minuti di volo raggiungevano i bersagli russi. Stavano fornendo quello che la CIA chiamava la capacità di “un primo attacco super-improvviso”. I Russi, non c’è da meravigliarsi, erano profondamente preoccupati. In realtà questo portò a una importante allerta di guerra nel 1983. Ci sono statti centinaia di casi quando l’intervento umano ha sospeso il lancio per un primo attacco a pochi minuti prima del lancio. Questo dopo che sistemi automatici avevano dato un falso allarme. Non abbiamo rapporti dei Russi, ma non c’è dubbio che i loro sistemi sono molto più soggetti a incidenti. In realtà è un miracolo che finora sia stata evitata una guerra nucleare.

Nel frattempo, India e Pakistan sono arrivati vicino a una guerra nucleare varie volte e le situazioni di crisi che hanno portato a questo punto, specialmente quella per il Kashmir, restano. Sia l’India che il Pakistan hanno rifiutato di firmare il Trattato di non-proliferazione, insieme a Israele, ed entrambi i paesi hanno ricevuto appoggio di Stati Uniti per sviluppare i loro programmi nucleari fino a oggi, nel caso dell’India, che è ora alleato del nostro paese.

Le minacce di guerra in Medio Oriente che potrebbero diventare una realtà molto presto, ancora una volta aumentano i pericoli. Per fortuna c’è un modo per uscirne, un modo semplice. C’è un modo di attenuare,forse anche di porre fine a qualunque minaccia si presuma che l’Iran possa porre.E’ semplicissimo: andare verso la creazione di una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente. L’occasione si presenterà di nuovo questo dicembre. C”è in programma una conferenza internazionale per trattare questa proposta che ha un appoggio internazionale entusiasta, compresa, per inciso, una maggioranza della popolazione di Israele, fortunatamente. Sfortunatamente è bloccata dagli Stati Uniti e da Israele. Un paio di giorni fa, Israele ha annunciato che non parteciperà, e che non considererà la questione fino a quando non ci sarà una pace generale nella regione. Obama prende la stessa posizione. Insiste anche che qualsiasi accordo deve escludere Israele e deve perfino escludere le richieste ad altre nazioni perché forniscano informazioni circa le attività nucleari di Israele.

Gli Stati Uniti e Israele possono rimandare indefinitamente la pace nella regione. Lo hanno fatto per 35 anni per la situazione di Israele e Palestina, praticamente l’isolamento internazionale. E’ una storia lunga, importante, che non ho tempo di approfondire qui. Non c’è quindi speranza di trovare un modo facile per porre fine a quello che l’Occidente considera la crisi attuale più grave – nessun modo a meno che ci sia una pressione pubblica su vasta scala. Non può però esserci, questo tipo di pressione a meno che la gente ne sappia qualche cosa. E i mezzi di informazione hanno fatto un lavoro stupendo allontanando quel pericolo: nulla è stato riferito sulla conferenza o su qualche cosa del contesto, nessuna discussione, a parte i giornali specialisti sul controllo delle armi dove si possono leggere delle notizie al riguardo. E’ questo quindi che blocca il modo facile per mettere fine alla peggiore crisi che esiste attualmente a meno che la gente non trovi una maniera di aprirsi varco perverso la soluzione.

AMY GOODMAN : Il professore del MIT, Noam Chomsky, ha parlato il 27 settembre di questo anno all’Università del Massachusetts, a Amherst. La sua conferenza era intitolata “Chi possiede il mondo?”

FONTE: Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

Fonte:http://www.zcommunications.org/who-owns-the-world-by-noam-chomsky

Originale: Democracy Now!

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012 ZNET Italy –Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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La moneta da un trilione

Messaggioda domenico.damico » 08/12/2013, 23:59

Riprendiamo le fila del discorso debito pubblico Usa.

Da questa curiosità, che non lo è poi tanto, considerato che è stata caldeggiata da più parti anche molto autorevoli.

A parte il merito dell'articolo, è importante che una cosa così sia ormai considerata possibile e discussa.
Forse un primo passo? Troppo ottimismo. Ma qualcosa significa: sono piccoli segni di cedimento.
Quello che è importante capire è cosa sta cedendo e DA QUALE PARTE.


#mintthecoin : Come gli USA potrebbero ridurre il debito pubblico coniando una moneta da un trilione di $

di Andrea Terzi(*) per Keynesblog.com

La moneta di platino che Obama non conierà

La petizione sul sito della Casa Bianca ha raccolto ottomila firme in dieci giorni. Si chiede al Presidente Obama di metter fine all’estenuante braccio di ferro tra l’amministrazione e il partito repubblicano facendo ricorso ad una soluzione di carattere straordinario: coniare una moneta da mille miliardi di dollari che renderebbe superflua l’approvazione da parte del Congresso del nuovo tetto del debito (il “debt ceiling“) neutralizzando così l’assedio repubblicano al bilancio federale. Il portavoce del Presidente in conferenza stampa non l’aveva categoricamente esclusa dal tavolo della trattativa. Ma sabato, un portavoce del Tesoro si è affrettato ad affermare che l’ipotesi non è percorribile: “Neither the Treasury Department nor the Federal Reserve believes that the law can or should be used to facilitate the production of platinum coins for the purpose of avoiding an increase in the debt limit.”

Il debt ceiling negli Stati Uniti

Per chi non avesse seguito i passaggi di questa lunga battaglia dei repubblicani al Congresso la storia del “debt ceiling” in sintesi è questa. Il debt ceiling è parte della legislazione americana dal 1917 e, nella forma attuale, dal 1939. Dal 1962 ad oggi, il tetto del debito è stato emendato 74 volte, senza fare notizia. Il voto è normalmente inteso come una formalità: il Congresso approva l’emissione dei titoli associata alle decisioni di spesa già prese dal Congresso stesso. In altre parole, con il voto sul debt ceiling il Congresso non si pronuncia sulla politica fiscale già deliberata.

Oggi, come già peraltro nel 2011, i repubblicani intendono sfruttare questa prerogativa del Congresso per obbligare l’amministrazione ad importanti concessioni sui capitoli di spesa del bilancio federale. A differenza di due anni fa, Obama sembra intenzionato a non cercare compromessi sulla politica fiscale già approvata lasciando al Congresso la responsabilità di innescare, non approvando il nuovo debt ceiling, una crisi fiscale di proporzioni enormi. Accadrebbe, in sostanza, che i pagamenti del settore pubblico sarebbero congelati perchè manca l’autorizzazione ad effettuarli.

Ma i repubblicani non sembrano preoccupati dello scenario che scaturirebbe da un rifiuto a votare il nuovo tetto. Da qui la ricerca di un escamotage in grado di contrastare l’espediente dei repubblicani che intendono utilizzare di nuovo il debt ceiling per costringere il governo a modificare la politica della spesa federale.
Una moneta jumbo da un trilione di dollari

L’idea della moneta di platino aveva fatto la sua prima comparsa in un commento sul blog moslereconomics.com nel maggio 2010. Ripresa di recente da vari osservatori è stata caldeggiata da Paul Krugman ed è finita sui media internazionali, materializzandosi nella petizione, tuttora presente sul sito della Casa Bianca (che raggiungendo quota venticinquemila impegnerebbe il Presidente a fornire una risposta formale).

L’idea è quella di dare scacco al blocco repubblicano in tre mosse:

1. Il Tesoro americano conia una moneta da un trilione di dollari. Lo può fare? Sì. Lo prevede una legge fino ad oggi riservata all’emissione di monete per collezionisti. Nulla impedisce di emetterne una con un valore facciale così straordinario. L’unica condizione è che sia una moneta di platino (ma naturalmente non del valore intrinseco di un trilione di dollari: di platino ne basterebbe meno di un’oncia).

2. Il Tesoro versa la moneta sul proprio conto corrente presso la Fed. La Fed può accettare questo inusuale versamento? Non solo può. Deve. Le monete legalmente emesse dal Tesoro sono moneta di stato, che la Fed non può rifiutarsi di accettare.

3. La Fed accredita dunque un trilione di dollari sul conto del Tesoro americano. Si tratta più o meno del 6% del valore complessivo dei titoli pubblici in circolazione e l’amministrazione non ha più bisogno del voto repubblicano per emendare il debt ceiling.

Semplice? Non proprio. È scontato che il carattere senza precedenti del provvedimento scatenerebbe battaglie legali dall’esito incerto, compresa la possibilità di un braccio di ferro tra Tesoro e Fed (quest’ultima godendo di un certo grado di indipendenza, pur essendo alla fine una creatura del Congresso). E sarebbe in fondo grottesco se la maggiore potenza industriale dovesse ricorrere ad una moneta di platino estratta dalla manica del Presidente per poter continuare a pagare gli interessi sui titoli ed effettuare tutti i pagamenti relativi alla gestione della cosa pubblica.

Resta il fatto che l’espediente della moneta di platino, politicamente problematico, è tecnicamente ineccepibile. Ed è interessante notare che la motivazione addotta dal Tesoro nella dichiarazione citata sopra, contraria al provvedimento, non fa alcun riferimento a problemi di inflazione o integrità del dollaro (come lamentato da alcuni) ma esprime esclusivamente perplessità di opportunità politica.

La meccanica della moneta di platino offre comunque un’occasione per qualche riflessione più generale sulla natura del debito pubblico, con qualche implicazione per la casa europea.
Quali conseguenze monetarie avrebbe?

La conseguenza politica della moneta di platino è rimuovere la necessità del voto del Congresso e consentire all’amministrazione di poter continuare ad amministrare le spese già deliberate. Ma quali sarebbero le conseguenze economiche di un provvedimento del genere? Pressoché nulle. Vediamo perché.

Nessuna delle tre mosse descritte sopra modifica le decisioni di spesa o di imposizione fiscale già approvate dal Congresso. Dunque, non si avrebbe alcuna conseguenza su reddito, occupazione o inflazione dell’economia americana. Chi grida al pericolo dell’integrità del dollaro non conosce le operazioni di politica monetaria.

Più semplicemente, le attività finanziarie create dalla spesa netta del governo federale al netto delle tasse, che si sarebbero altrimenti materializzate in un maggiore stock di titoli di stato, si manifesterebbero nella forma di riserve bancarie presso la Fed.

Una volta stabilito il fatto che spesa e tasse federali non sarebbero modificate di una virgola, si danno alcune opzioni, con differenze poco rilevanti per l’economia reale. In ogni caso, il Tesoro spenderà il suo nuovo trilione di dollari man mano che la spesa (già prevista e approvata!) si materializza, e potrà emettere nuovi titoli solo per sostituire quelli in scadenza (in modo da non sforare il debt ceiling). In questo modo, ogni spesa pubblica maggiore di quanto il Tesoro riceve in tasse, creerà nuove riserve bancarie (e non titoli). La Fed, dal canto suo, potrà decidere se consentire la crescita delle riserve oppure assorbirle con operazioni di politica monetaria commutandole in altri titoli con durate e rendimenti differenti.

In altre parole, il “debito” non si chiama più “titoli di stato”, si chiama “riserve” e siccome la Fed non è soggetta a tetti sulle riserve, tutto può continuare come prima.

Ma il Tesoro potrebbe anche scegliere di non emettere altri titoli alla scadenza dei vecchi e quindi ridurre quel numero che si chiama “debito pubblico”. Le differenze sono esclusivamente nominali e riguardano chi paga gli interessi: lo stato sui titoli o la Fed sulle riserve.

L’uso della moneta di platino non potrebbe in alcun caso modificare il tetto della spesa e sganciarlo dall’approvazione del Congresso. Impedirebbe una crisi fiscale irragionevole, questo sì, ma non sarebbe in grado di incidere su domanda e occupazione. E il medesimo esito si otterrebbe abolendo il debt ceiling, una legge che non ha praticamente eguali nel resto del mondo.

La lezione di tecnica monetaria, utile soprattutto all’Europa, è che da un punto di vista operativo riserve bancarie e titoli di stato sono, per le banche, impieghi monetari liquidi così prossimi da poter essere considerati sostituti. Con l’eccezione dell’area euro, il debitore ultimo è lo stato sovrano [1].

Ma se la distinzione tra riserve e titoli di stato è retorica e ingannevole, allora c’è qualche ragione importante per ripensare profondamente l’impostazione dell’austerità nostrana basata sulla necessità che la spesa pubblica si debba finanziare sul mercato. Il rischio di insolvenza di uno stato sui propri titoli per mancanza di fondi lo ha inventato l’Europa [2].

(*) Franklin College Switzerland e Mosler Economic Policy Center mecpoc.org; docente di Economia monetaria, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

______
Note

[1] E non si tratta qui di essere monetaristi o keynesiani: la sostituibilità tra titoli di stato e riserve è spiegata tecnicamente, ad esempio, da Borio and Disyatat a pagina 16 di un paper della Banca per i Regolamenti Internazionali: Unconventional monetary policies: an appraisal. Monetary and Economic Department , November 2009, BIS Working Papers, No 292.

[2] E se pensate che si possa proporre lo stesso escamotage in uno qualunque degli stati dell’area euro, scordatevelo. Secondo la lettera del Trattato i singoli stati sono autorizzati a coniare monete, ma il volume di ogni emissione deve essere approvato dalla BCE.


Fonte: http://keynesblog.com/2013/01/14/mintth ... ilione-di/
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Messaggioda domenico.damico » 09/04/2014, 16:41

Interessantissimo e succulento lavoro di Nomi Prins, giornalista ed ex Goldman Sachs, insider del sistema.
Ora, come tutti gli insiders, sollevano dubbi, domande; ma il lavoro sembra rivelare tanti fatti, concreti e tangibili.

Video, partendo dal minuto 13.05

https://www.youtube.com/watch?v=1ZJ-E7wumvw

Sito web di Nomi Prins:

http://www.nomiprins.com/home2/2012/7/5 ... t-now.html
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