GRECIA

Questa sezione accoglie discussioni e segnalazioni su articoli usciti dai vari mezzi di informazione

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Messaggioda domenico.damico » 15/03/2012, 10:48


Il conto aperto del default greco

di Luigi Zingales

La decisione dell'Isda (l'associazione internazionale degli swap e derivati) ha rimosso anche l'ultima foglia di fico: la ristrutturazione "volontaria" del debito greco che riduce il valore nominale dei titoli del Governo ellenico del 53,5% (e il valore di mercato del 75%) è un "credit event", un termine tecnico per dire insolvenza. In altre parole: fallimento. Il più grosso fallimento statale della storia.

Per quasi due anni noi editorialisti del Sole abbiamo ripetuto che il fallimento della Grecia era inevitabile. Per lo stesso periodo politici e banchieri centrali di ogni ordine e grado si sono rifiutati di riconoscerlo. Nel 2010 l'allora presidente della Bce Jean-Claude Trichet aveva affermato ripetutamente che il fallimento della Grecia era «fuori questione». L'anno scorso il presidente francese Nicholas Sarkozy aveva dichiarato che «non è possibile lasciar cadere la Grecia per ragioni morali ed economiche» e che «il fallimento della Grecia è il fallimento dell'Europa». Ancora un mese e mezzo fa, il direttore generale dell'Fmi Christine Lagarde insisteva che il fallimento della Grecia era «un evento che non doveva essere preso in considerazione».

Se queste persone fossero stati capi di aziende, oggi sarebbero sotto inchiesta per aver ingannato il mercato o sarebbero stati licenziati per chiara incompetenza. Perché i politici possono farla franca?

Questo non è l'unico interrogativo sollevato dal fallimento della Grecia. Il secondo riguarda i tanto famigerati Credit default swap (Cds). Tutti, a cominciare da Mario Draghi, avevano pronosticato che se un default greco avesse fatto scattare i Cds c'era l'elevato rischio di una "chain of contagion" (una catena di fallimenti) che avrebbe messo in crisi il sistema finanziario. Invece, non sembra esserci nessun segnale di catastrofe. Forse che questi rischi sono stati esagerati? Certamente le banche avevano tutto l'interesse ad esagerarli per evitare di pagare il costo dei loro errori.

Nonostante queste pressioni, alla fine chi sbaglia paga. Non abbastanza, troppo tardi, ma paga. Questo reintroduce, anche se in modo tardivo, un po' di disciplina di mercato. È questo l'inizio di una nuovo regola o l'eccezione che conferma la regola vecchia?

Il ritardo nel far pagare ai creditori i loro errori ha avuto costi molto elevati per i greci. Se Atene avesse fatto lo stesso tipo di ristrutturazione due anni fa, oggi il rapporto tra debito e Pil sarebbe dell'80% e le prospettive di ripresa sarebbero maggiori. Aspettando due anni, l'ammontare di capitale privato su cui è stato fatto default si è ridotto di più del 50%. Con il risultato che anche dopo il default il rapporto tra debito e Pil è del 120%, destinato ad aumentare nei prossimi anni a causa di una caduta verticale del Pil (le stime del 2011 indicano un –7%) e di un perdurante deficit primario. Di conseguenza il fallimento odierno è probabilmente solo il primo di una serie che la Grecia dovrà fare prima di rimettersi in piedi. Mio nonno medico ripeteva che «il medico pietoso fa la piaga cancerosa». Lo stesso vale per i fallimenti. Quando avvengono, devono essere sufficientemente radicali da permettere a un Paese di riprendersi. Perché allora l'Fmi e l'Unione europea hanno premesso alla piaga di incancrenirsi, con conseguenze devastanti sul Paese ellenico (disoccupazione giovanile al 48% e disoccupazione totale al 22%)?

L'interpretazione più diffusa, a cui credevo anch'io, era che l'avessero fatto per proteggere le banche francesi e tedesche. Il ritardo ha dato tempo alle banche di vendere i titoli greci a uno sconto tra il 20% e il 60%, invece di incassare una perdita del 75%. Guardando i dati, pero', devo ammettere che questa teoria trova limitato supporto. Se questo era il motivo, le banche non sembrano averne approfittato molto.

Tra maggio 2010 e settembre 2011 i titoli greci detenuti da banche tedesche si sono ridotti di 3 miliardi di euro, quelli di banche francesi per 4,6 miliardi, e quelli di banche italiane per 319 milioni. Si tratta di una riduzione di solo un terzo dell'esposizione iniziale, di cui una gran parte è dovuta all'aggiornamento dei valori di carico ai ridotti valore di mercato (mark-to-market). Quindi le vendite effettive da parte delle banche sono state molto limitate. Ma ci sono forti differenze. Crédit Agricole ha ridotto la sua esposizione dell'80%, mentre Bnp-Paribas solo del 18%. Deutsche Bank ha ridotto la sua esposizione del 49%, mentre Commerzbank ha addirittura aumentato (anche se solo del 2%) la sua. Queste sono esposizioni lorde, che non incorporano la posizione sul mercato dei Cds. Ma l'esposizione netta non è molto differente.

E cosa hanno fatto le banche italiane? Quelle con un'esposizione iniziale limitata come Ubi Banca, Banco Popolare e Montepaschi, l'hanno ridotta di almeno il 50% o completamente eliminata (come Ubi Banca). Ma le due grosse banche hanno avuto atteggiamenti molto diversi. UniCredit ha ridotto la sua esposizione del 30%, in linea con la media europea. Intesa Sanpaolo, invece, ha aumentato seppure marginalmente la propria esposizione. Mentre tra maggio 2010 e dicembre 2010 Intesa Sanpaolo aveva ridotto la sua esposizione alla Grecia di 200 milioni (25%), tra dicembre 2010 e settembre 2011 l'aveva aumentata di 228 milioni, spostandoli però nel banking book, ovvero nella parte del bilancio meno trasparente. Perché?


Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti ... d=AbT8zB8E
Ultima modifica di domenico.damico il 06/11/2012, 15:32, modificato 1 volta in totale.
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Re: Sul default greco

Messaggioda ChristianTambasco » 30/04/2012, 9:50

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-04-29/atene-salvata-banche-sono-183227.shtml?uuid=AbSZZOVF


La Grecia salvata (per ora) ma le banche sono al collasso. Non si arresta la fuga dei depositi
di Fabio Pavesi, 29 aprile 2012

La Grecia sarà anche stata salvata (per ora), ma le sue banche sono al collasso. Non tanto e non solo per quelle perdite record da 28 miliardi di euro registrate a fine 2011. Quello è il prezzo salato pagato al piano di swap dei creditori privati. Tra cui ovviamente le banche elleniche che si erano riempite di titoli di Stato di Atene fin dall'inizio della crisi per soccorrere il Governo a fronte della fuga degli investitori esteri. Quei 28 miliardi di buco sono frutto del taglio del 79% del valore dei bond in pancia alle prime 4 banche del paese: National Bank of Greece; Piraeus; Efg Eurobank e Alpha bank.

Ora quelle perdite verranno colmate dalle ricapitalizzazioni per le quali l'Fmi ha chiesto ai privati di partecipare. Già ma quali privati? Chi è in condizioni oggi in Grecia di ridare mezzi freschi agli istituti di credito?

C'è più di una possibilità di non vedere più restituiti quei denari, insomma di vederli volatilizzare.

E il motivo è nella pesante crisi che il sistema bancario greco sta vivendo, in sintonia con le pessime condizioni del Paese che si appresta a vivere il quarto anno di recessione profonda dall'inzio della crisi. E se anche le perdite causate dallo swap verranno coperta dai nuovi aiuti resta la condizione di estrema fragilità del sistema bancario. Un dato su tutti presoccupa: non si arresta la fuga dei depositi dalle banche elleniche. Clienti che non si fidano più e ritirano i soldi dagli sportelli. All'inizio del 2012 i depositi del totale delle banche sono scesi a poco più di 170 miliardi dai 240 miliardi della primavera del 2009.

Settanta miliardi fuoriusciti dalle banche nell'arco di poco meno di tre anni. Su base annua l'emorragia è del 20%; un quinto dei conti correnti è stato chiuso e ha preso altre strade. Segno tangibile della crisi di fiducia che regna ad Atene.

E se i depositi scendono anche i prestiti non possono che seguire la stessa strada. Da un lato non c'è più domanda; dall'altro le banche devono ridurre i crediti per mantenere il rapporto tra depositi e prestiti a un livello sostenibile. E già oggi quel livello è deteriorato. Per Piraeus, come spiega uno studio di Mediobanca Securities, il rapporto prestiti/depositi è al 162%; per Alpha bank al 153% per Eurobank al 148%. E la media si colloca al 140%. Il rapporto ideale dovrebbe essere più vicino al 100%: cioè prestiti uguali ai depositi. Il che fa pensare che le banche di Atene andranno incontro a un'ulteriore riduzione dei crediti. In un paese fiaccato da anni di recessione si chiude anche l'ultimo rubinetto, quello del credito. Con una doppia conseguenza. Che per le banche di Atene si profila un 2012 ancora in perdita e che per il paese senza più prestiti la recessione sarà ancora più profonda.
...se vuoi ottenere qualcosa di diverso devi cominciare ad agire diversamente.
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Messaggioda domenico.damico » 16/05/2012, 8:44


Se la Grecia lascia l'euro costi da mille miliardi, panico da corsa allo sportello e debiti alle stelle

di Vito Lops

Anche nelle dichiarazioni ufficiali dell'ultim'ora l'Europa si sta rilevando gravemente impreparata nell'affrontare la crisi greca (intrappolata nella recessione economica, con il Pil nel primo trimestre 2012 a -6,2%) e, soprattutto, quella dei debiti sovrani dell'Eurozona. A chi come il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble è pronto ad accettare un'uscita della Grecia dall'euro («la zona euro è in grado di sopportare l'uscita della Grecia») si contrappone il giudizio del rispettivo ministro della Francia (seppur uscente), Francois Baroin («un'eventuale uscita della Grecia dall'euro non sarebbe un problema a livello finanziario, ma rappresenterebbe una minaccia di contagio eccezionale per gli altri Paesi dell'Unione»). Poi c'è il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Durao Barroso, che va giù duro: «Se la Grecia non rispetta i patti, fuori dall'euro». Mentre il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, smorza i toni: «Vogliamo mantenere la Grecia nell'euro e faremo tutto il possibile perchè ciò accada».

Quel che è certo in questo caos generale è che, nel bene o nel male, sarebbe un evento traumatico. Secondo gli analisti interpellati nei giorni scorsi dal Sole 24 Ore i fattori negativi derivanti da un eventuale sganciamento di Atene dai cordoni del Trattato di Maastricht supererebbero quelli positivi.

Anche secondo uno scenario ipotizzato dal Wall Street Journal non sarebbero rose e fiori. Proviamo ad analizzare quello che accadrebbe nel caso in cui la Grecia, che sta provando nelle ultime ore a formare un governo tecnico, andasse davvero fino in fondo a quell'articolo 50 del Trattato dell'Unione europea che consente a qualunque Paese membro, anche senza una motivazione, di abbandonare l'Unione europea.

Impatto sulla valuta e sull'economia reale
In caso di ritorno alla dracma è largamente condivisa da parte degli economisti l'opinione che ci sarebbe una forte svalutazione della dracma nei confronti dell'euro (svalutazione competitiva). Argentina e Russia, gli ultimi due Paesi ad andare in bancarotta, hanno visto scendere il valore delle rispettive valute del 60-70%. Ciò vuol dire che i cittadini greci si troverebbero a ricevere salari più che dimezzati con una drammatica perdita nel potere d'acquisto.

A ciò vanno aggiunti i rischi di un'inflazione galoppante e di un rialzo dei tassi di interesse da parte della Banca centrale di Atene (che riacquisterebbe l'autorità monetaria in caso di sganciamento dalla Bce) per arginare un'eventuale esplosione dei prezzi. Alti tassi di interesse impatterebbero anche sul costo del debito per famiglie e imprese.

Il costo medio per cittadino greco
Secondo uno studio di Ubs i greci pagherebbero in media nel primo anno un pedaggio tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa al crac, compresi i soldi necessari per tenere in piedi le banche. Gli anni successivi il costo pro capite sarebbe di 3-4mila euro.

Corsa allo sportello
In molti temono una corsa agli sportelli bancari dei cittadini per ritirare i propri depositi e proteggerli da eventuali intemperie del settore bancario. E per conservare sotto il mattone degli euro (che varrebbero di più di un'eventuale seconda edizione della dracma). Questo sarebbe un problema non da poco, al di là dell'effetto panico correlato che rischierebbe di innescare. Uno dei paradossi su cui si regge il sistema del credito è, infatti, che le banche, in qualsiasi Paese, fallirebbero qualora tutti i correntisti si presentassero contemporaneamente a ritirare i depositi.

Dopo la svalutazione la dracma potrebbe recuperare?
Gli esempi dei Paesi "recentemente" in bancarotta che hanno accusato una svalutazione della propria valuta, ovvero Argentina e Russia, indicano che gradualmente un recupero (tanto della valuta quanto dell'economia) c'è stato. Purtroppo è difficile ponderare paragoni con la Grecia, dato che Argentina e Russia sono forti esportatori di materie prime energetiche mentre la Grecia non ha questa carta da giocare per un rilancio.

Esportazioni e turismo
Anche le esportazioni, che beneficerebbero senz'altro della svalutazione competitiva della dracma, non sono il fiore all'occhiello di un'economia che trae molto vantaggio dal turismo. Certo, il turismo ne sarebbe rilanciato ma è difficile quantificare quanto questo fattore positivo potrebbe riuscire a compensare gli effetti negativi di un'uscita dall'euro.

Bce e prestiti alle banche
Le banche greche potrebbero avere seri problemi di liquidità dato che difficilmente la Banca centrale europea accetterebbe titoli greci come collaterale (garanzia) per offrire prestiti agevolati e dare ossigeno al credito. Va anche detto che allo stato attuale la banche greche, al netto del piano di salvataggio della Bce, sono tecnicamente insolventi. Esse continuano a ottenere prestiti dalla Bce supponendo di aver già ricevuto un pacchetto di salvataggio da 35 miliardi di euro, in quello che viene definito "miglioramento collaterale", una sorta di protezione attraverso cui la Bce può continuare a prestare soldi alle banche greche. In caso di uscita dall'euro prima che sia compiuto questo processo di ricapitalizzazione è stimato che la Bce possa avere in mano un controvalore di 160 miliardi di euro di titoli o crediti spazzatura, dato che gli istituti di credito greci potrebbero non essere in grado di rimborsarli.

Debito in mano a investitori privati
Oltre al debito delle banche greche verso la Bce c'è anche da considerare il debito greco in mano a investitori privati e alle banche stesse. Un'uscita dall'euro costringerebbe Atene a rinegoziare/ristrutturare il debito con pesanti svalutazioni per i titolari di titoli greci che sarebbero convertiti in dracma.

I costi di uscita
È difficile stimare, considerando le svariate variabili in gioco, un dato sui costi di uscita della Grecia dall'euro. Secondo una nota confindenziale dell'Istituto internazionale di Finanza, rilanciata dal Wall Street Journal, il costo complessivo ammonterebbe a 1 trilone di dollari, ovvero mille miliardi di dollari (1,29mila miliardi di euro).

Mezza europa a rischio downgrade
Secondo l'agenzia di rating Fitch con un ritorno alla dracma mezza Europa rischierebbe il downgrade. In particolare per Italia, Francia, Spagna, Cipro, Irlanda, Portogallo, Slovenia e Belgio.

Effetto contagio
Senza dimentichare che si potrebbe innescare un effetto-contagio su altri Paesi dell'area. Irlanda e Portogallo, gli altri due Paesi che finora hanno fatto ricorso al salvataggio forzato della Troika (Ue-Bce-Fmi) sembrano essere, a giudicare dai rendimenti dei rispettivi bond, quelli a immediato maggior rischio.


Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza- ... d=AbbRSrcF
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Messaggioda domenico.damico » 16/05/2012, 8:48


Il ricordo AL 92, quando fummo costretti ad abbandonare lo Sme
Mutui, titoli: che succede se si lascia l'euro
La svalutazione della moneta nazionale e l'aumento dei tassi d'interesse

La finanza fatta con i «se» è inattendibile. Quasi come la fantascienza. Eppure le ipotesi, a volte, sono l'unica chiave a disposizione per cercare di capire meglio la realtà.
Che cosa succederebbe ai cittadini, greci ed europei, se davvero Atene decidesse di abbandonare l'euro? La verità è che nessuno lo sa. Perché l'Unione monetaria ha solo porte per entrare e nessuna finestra giuridica per uscire. E quindi la crisi aperta da un singolo abbandono non trova paragoni storici a cui fare riferimento. Alcuni meccanismi che potrebbero mettersi in moto - la svalutazione, la sorte dei tassi di interesse e dei titoli di Stato - sono però assimilabili ad altre situazioni di grande tensione che i mercati, in maniera molto meno interconnessa, hanno vissuto anche in passato.

IL RICORDO - Per gli italiani, per esempio, l'idea della svalutazione (a cui la dracma andrebbe incontro immediatamente dopo il divorzio) chiama subito il ricordo del 1992, quando il nostro Paese venne costretto ad abbandonare lo Sme, il sistema monetario europeo, dopo un furioso attacco speculativo. Il dopo è storia, non finanza fatta con i «se». Tra maggio e ottobre la lira perse il 25% rispetto al marco tedesco. Nel periodo successivo i Bot andarono al 17%, l'inflazione schizzò e i titolari di un mutuo in Ecu - il paniere che rappresentava le divise europee - o in altre monete straniere maledissero la scelta extra valutaria. Perché la lira perse terreno rispetto a tutte le monete forti.
Più o meno quello che potrebbe succedere ai greci. I meccanismi sono gli stessi, ma il contesto è davvero molto diverso. Lo Sme era solo un sistema di cambi, i destini dell'Unione monetaria non erano ancora legati come lo sono ora. Che cosa succederebbe? Nella speranza che il «se» rimanga tale e che non si debba passare all'indicativo, qui abbiamo cercato di spiegare solo i primi passi di un'eventuale crisi da distacco dal punto di vista di un piccolo risparmiatore.

IL CAMBIO
Addio conversione fissa a quota 340,75 Dracma in caduta libera fino al 70%

La dracma ha cessato di esistere per gli scambi finanziari il primo gennaio 2001, quando titoli e depositi di Atene vennero convertiti in euro al cambio fisso di 340,75. La moneta greca, che ha un bel nome antico, eredità dei fasti ellenistici delle città-stato, ha continuato però a rimanere fisicamente nelle tasche dei cittadini, tra spiccioli e banconote, fino ai primi mesi del 2002. Esattamente come è accaduto a lira, marco, franco francese, peso spagnolo e a tutte le valute degli undici Stati che già utilizzavano la moneta unica per il calcolo del valore delle attività finanziarie dal primo gennaio 1999. Che cosa succederebbe oggi se Atene decidesse unilateralmente di resuscitarla? L’idea più accreditata è che si riparta da quella parità calcolata nel 2001: 340,75 dracme per un euro. Un valore che, all’apertura dei mercati, resisterebbe forse per qualche centesimo di secondo. La svalutazione sarebbe immediata e violenta. Tra gli analisti c’è chi dice che la dracma potrebbe perdere tra il 40 e il 50%, qualcuno si spinge fino a dire il 70%. In pratica per comprare un euro ci vorrebbero 5-600 dracme, non ne basterebbero più 340,75, come nella «fotografia» all’ingresso dell’Unione. Una dracma debole sarebbe un vantaggio per chi esporta, ma la Grecia non è un grande produttore industriale. In questo momento le dimensioni delle sue importazioni sono il doppio dell’export. La moneta debole sarà invece un grosso svantaggio per l’acquisto di petrolio e altre materie prime. Un handicap per le aziende e per i singoli che vedranno schizzare alle stelle la benzina, il gas e il costo della vita.

I MUTUI
Per un prestito da 100 mila euro la rata vola a mezzo stipendio medio

E ai mutui che cosa succederebbe? A meno che il contratto non preveda clausole di salvaguardia valutaria (ed è un caso quasi impossibile nella realtà) avere acceso un prestito ad Atene non sarà una passeggiata, a partire dalla prima rata dopo l’addio alla moneta unica. Ipotizziamo che un debitore greco abbia un mutuo residuo per 100 mila euro. Che cosa potrebbe succedere in caso di svalutazione della dracma del 25% rispetto a quel 340,75 con cui Atene entrò nell’euro? Ipotizziamo che il mutuo sia di 20 anni, che paghi un tasso del 5% e che il debitore oggi abbia uno stipendio di 2000 euro. Oggi la rata sarebbe di 660 euro al mese, pari a circa un terzo dello stipendio. Domani con il ritorno della vecchia valuta greca, lo stipendio del nostro debitore diventerebbe di 681.500 dracme (applicando la parità del 2001) indipendentemente da quello che succede sul mercato finanziario. Il mutuo però, rata per rata, verrebbe ricalcolato sul tasso di cambio del momento e si «mangerebbe» fino al 41% dello stipendio, anche se il prestito fosse a tasso fisso. E se la svalutazione fosse più alta? Se hanno ragione gli analisti che vedono la dracma in caduta libera del 50% e più, la stessa rata potrebbe arrivare a coprire anche la metà dello stipendio, cioè mille euro al mese. Con l’altra metà il debitore dovrebbe comprarsi il necessario per vivere, che presumibilmente, costerà molto di più. In questo scenario è abbastanza facile immaginare che il numero dei debitori che riescono a far fronte ai loro impegni scenda ogni giorno di più.

GLI OBBLIGAZIONISTI
Cosa spetterà ai creditori esteri? I loro bond perderanno valore
I titoli di Stato della Grecia, convertiti in euro per Capodanno del 2001, dopo l’adesione formale di Atene al trattato, si troverebbero di nuovo tramutati in dracme. Fanno eccezione (e quindi rimarrebbero in euro) solo i bond emessi sotto altre legislazioni, per esempio in Lussemburgo. Che cosa succederà allora a chi possiede quei titoli? Il ritorno alla dracma non è forse il principale problema. Nei mesi passati, la rinegoziazione del debito greco è stata una lunga e dolorosa trattativa, conclusa con un accordo complesso, dove, in estrema sintesi, i creditori hanno accettato un hair cut, un «taglio di capelli» come si dice tecnicamente e metaforicamente sui mercati, superiore al 70%. I maggiori debitori della Grecia sono istituzioni finanziarie europee e non, cui fanno capo circa 245 miliardi. Ma le obbligazioni greche sono anche in qualche portafoglio privato, visto che nel processo di rinegoziazione sono stati coinvolti anche molti piccoli risparmiatori. In caso di addio, dunque, potrebbe aprirsi la strada di una ulteriore trattativa, che interromperebbe le attese di rimborso nel tempo di quel 25-30% di valore rimasto in mano ai creditori esteri. Oltre agli effetti collaterali sul sistema bancario, che si troverebbe a fare i conti con nuove possibili minusvalenze da conteggiare, per gli investitori privati grandi e piccoli si riproporrebbe uno scenario simile a quello seguito al default dell’Argentina. Una lunga trattativa con il governo, difficile da portare avanti e con pochissime certezze sul risultato finale.

I TASSI
Si stampa moneta per finanziarsi L’inflazione finisce fuori controllo
I tassi di interesse della Grecia senza l’euro potrebbero essere diversi da quelli già elevatissimi che il mercato fa pagare ad Atene da quando è cominciata la crisi. Nei momenti peggiori il rendimento dei decennali è arrivato al 31%, oggi viaggia intorno al 29%. E lo spread, la differenza tra il Bund tedesco e il titolo di Atene, è pari all’astronomica grandezza di 2.600 punti. Una distanza pari a sei volte quella che in questi giorni separa il Btp italiano dal titolo decennale di Francoforte (440). I titoli brevissimi— quelli a tre e sei mesi—oggi pagano «solo» il 4,7%, ma questa grandezza non potrebbe certo essere rappresentativa del costo del denaro greco dopo un eventuale abbandono della moneta unica. Dove potrebbero arrivare i tassi? È facile immaginare un’inflazione e un costo del denaro a due cifre (15-20%), dicono molti economisti. Una situazione che renderebbe molto difficile la vita di tutti gli indebitati, sia sul fronte delle aziende pubbliche che su quello dei privati cittadini. «Per il governo diventerebbe molto difficile finanziarsi emettendo altri titoli che nessuno sul mercato sarebbe disponibile a comprare—spiega Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo —. Resterebbe la via impervia delle tasse e quella, più facile, del battere moneta». L’addio della Grecia avrebbe poi ripercussioni sui rendimenti degli altri Paesi dell’euro. Il Bund potrebbe retrocedere ancora, mentre il resto d’Europa pagherebbe dazio con spread più elevati. A seconda delle fragilità.

di Giuditta Marvelli e Gino Pagliuca


Fonte: http://www.corriere.it/economia/12_magg ... be58.shtml
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MA UNO SCENARIO ALTERNATIVO, NO?

Messaggioda domenico.damico » 16/05/2012, 9:01

Tutti questi scenari così cupi per l'uscita dall'euro... come se gli scenari alternativi siano più belli o rosei:
rimanere nell'euro e continuare con questi assurdi PIANI DI SALVATAGGIO (BANCARI) che hanno portato il Paese nel baratro economico-finanziario.

E mai nessuno - giornalista, accademico, ricercatore...anche uno di passaggio, niente! - che provi a fare anche un semplice esercizio di ricerca un pò meno ortodossa, e pensare ad un uscita dall'euro CON una contestuale uscita dal sistema del debito. Tutto deve rimanere nel campo da gioco del sistema bancario del debito, delle REGOLE DA RISPETTARE...
sembra il linguaggio dei giocatori d'azzardo. Ma d'altronde il modus operandi è lo stesso, con la differenza che l'AZZARDO/GUADAGNO/SIGNORAGGIO dei pochi giocatori lo paga tutto chi NON GIOCA, e le regole sono scritte dai primi e subite dai secondi.
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Sul default greco...

Messaggioda domenico.damico » 16/05/2012, 13:53


Maremoto nell’Egeo - dal Blog Bimbo Alieno - http://bimboalieno.altervista.org/?p=3479#comment-10434

L’esito elettorale in Grecia ha generato una situazione in cui sembra difficile formare un governo con una maggioranza numericamente adeguata. Il rischio sempre più verosimile é che la Grecia torni al voto, e questa volta con una campagna elettorale mirata ad una sorta di referendum pro o contro la permanenza nell’euro.

Pur restando maggioritaria la quota di cittadini greci favorevoli alla permanenza nell’euro, la maggior “rumorosità” dei contrari ci obbliga a considerare l’ipotesi che effettivamente la Grecia decida di uscire populisticamente dall’Euro.

Cosa accadrebbe in Grecia? E nel resto dell’area euro?
Wolfgang Schaueble, ministro delle finanze tedesco, non ritiene che debbano essere ammorbidite le condizioni di rientro concordate per la Grecia:

Non vedo che cosa sia cambiato dalle elezioni nella situazione dell’economia greca. Non c’é una via semplice per uscire dalla crisi. Il Paese soffre da due anni e adesso deve attuare quanto concordato per poter tornare sul mercato a finanziarsi. La Germania ha già fatto tutto quanto poteva per aiutare la Grecia…“

Spietato e cinico come più non si potrebbe. Ma forse non molto lungimirante.

La lezione che tutti hanno potuto ormai apprendere, e se non l’hanno appresa é perché si son bendati gli occhi, é che concedere aiuti a tassi “punitivi” non constituisce un aiuto. Su questo blog se ne é parlato quando sembrava ancora una eresia (era maggio del 2010).

Prestare soldi ad un soggetto che palesemente non ha saputo gestirsi e pretendere di esercitare sovranità in casa sua é già sufficientemente punitivo (oltre che comprensibile). Il solo modo di dare soldi alla Grecia sperando che potesse ridimensionarsi E restituirli era di prestarglieli a tasso 0 (zero), commissariandola.

E’ stata fatta un’altra scelta: quella di prestare denaro a tassi “punitivi” e pretendere l’austerity. Una punizione doppia, che ha reso il debitore insolvente, come nessun creditore razionale desidererebbe mai. La situazione é esplosa ed i danni sono maggiori della falla iniziale. Ci hanno perso tutti. Ed ora ci troviamo a ragionare di cosa succederebbe se la Grecia uscisse dall’eurozona:

Tutti pensano gli scenari più difficili perché di fronte a una prospettiva così catastrofica come l’uscita della Grecia dall’€ é difficile fare previsioni. La medicina migliore é pensare che non succederà

Questa é l’opinione del presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Andrea Beltratti.

Difficile, d’accordo, ma limitarsi a pensare che non succederà non é gran che come strategia. Meglio avere un piano B. Proviamoci:

Chi esce dall’€ lo fa per poter svalutare. Nel caso greco, ricominciare con una “nuova Dracma” svalutata. Supponiamo una svalutazione del 50%: i prestiti concessi da BCE ed FMI, denominati in euro, raddoppierebbero di valore per la Grecia. Già ora sono insostenibili, raddoppiati diventerebbero impossibili: insolvenza garantita (verosimilmente insolvenza totale, non haircut) e conseguenti danni finanziari a BCE e FMI, da ricapitalizzare. Ma chi se ne frega, potrebbero dire i greci, ok. Vediamo a casa loro cosa succederebbe: la nuova Dracma svalutata comporterebbe un aumento rilevante dei prezzi all’importazione, dal petrolio in giù. Si tratta di un raddoppio secco, nell’ipotesi di una svalutazione al 50% (quante dracme costa un barile di petrolio?). Vero é che liberata dal peso del debito la Grecia potrebbe optare per la rimozione di tasse e accise sulla benzina, per esempio. Il Guardian riporta oggi uno studio di BNP Paribas, secondo cui l’inflazione sarebbe del 40% o 50%. Prendiamo per buono questo dato e mettiamoci nei panni di un cittadino medio greco, il cui stipendio oggi é di circa 450€ (che diventerebbero nuove dracme svalutate). Con una inflazione al 50% uno stipendio quanti pieni di benzina vale? Circa due, tre se ha una utilitaria. Naturalmente con la benzina non si mangia, non ci si veste, non ci si cura, tanto per pensare ad altre voci di spesa…

Le imprese greche vedrebbero azzerarsi i flussi di capitale dall’estero, finendo brevemente in crisi di liquidità, a cui le banche greche non potranno far fronte, perché con l’insolvenza che necessariamente segue la svalutazione, le banche saltano e vengono nazionalizzate per proteggere i correntisti. Per reperire risorse la Grecia dovrà tornare a bussare ai mercati, emettendo dei nuovi titoli. Evidentemente in Dracme (altrimenti le prossime svalutazioni diventerebbero dei costi).

A che tasso accettereste di sottoscrivere dei titoli greci in dracme? A che tasso prestereste soldi ad un soggetto che ha appena fatto insolvenza in barba agli aiuti ed emette in una valuta debolissima con l’inflazione al 40%-50% col ragionevole rischio di vedere il vostro investimento pesantemente svalutato?

Ecco, quale che sia la risposta, quello sarebbe il costo del funding della Grecia. Alla quale resterebbe il vantaggio di poter esportare con maggiore facilità i prodotti locali. Sfortuna vuole che l’industria greca non risulta abbia poi molto da esportare. Verosimilmente la svalutazione nominale e monetaria richiamerebbe investitori nel senso di compratori delle più belle case sul litorale e sulle isole. Cioé a dire l’opzione svalutazione determinerebbe semplicemente una svendita allo straniero. Non un grande affare.

Ma si accennava prima ai funesti effetti sul resto d’Europa:

L’agenzia di rating Fitch oggi sembrava in vena di sciarade:

un’uscita disordinata della Grecia dall’€ provocherebbe downgrade fino a tre gradini soprattutto in Spagna, Portogallo e Italia. Nel caso invece di un’uscita pilotata, in cui vengano adottate delle contromisure efficaci, le conseguenze sarebbero invece più limitate e confinate ai paesi periferici

O subiranno conseguenze Spagna, Portogallo e Italia oppure i Paesi periferici. Come ha efficacemente sintetizzato Luigi (@paciscor) su Twitter quando ho diffuso la notizia: “testa vinco io, croce perdi tu“


Mio commento:

C'è una cosa che fatico a capire, circa gli argomenti dei realisti - più realisti del re - e dei convinti assertori del catastrofismo post-euro: perché mai i Greci non dovrebbero desiderare di "sparigliare" e uscire, invece di rimanere e affrontare un'avventura (quella del risanamento) iniziata tanto male e con tante falsità, errori, ipocrisie... Il vortice sembra succhiare sempre più energie, lo stallo è totale, i negozi e le industrie chiudono a migliaia, ogni mese c'è l'allarme di possibili mancati pagamenti, gli statali tagliati etc
L'alternativa, dipinta dai giornali più autorevoli come una catastrofe, offre ALMENO la possibilità di sistemarsi le cose a proprio modo, senza commissariamenti, senza diktat, senza bacchettate sulle mani (neanche se i greci avessero mosso guerra al vicino indifeso avrebbero avuto versata addosso tanta mer.a), senza ingerenze altre se non quelle del mercato delle materie prime da importare (e dai numeri, si tratterebbe di qualche punto percentuale di differenza tra import ed export, non una catastrofe ingestibile).
Forse, invece, sarebbe anche la possibilità che capita una volta nella vita: quella di dar vita a un sistema monetario libero dal debito, a un accordo sociale basato sulla condivisione, a un sistema democratico diretto e a tante altre cose che forse vale la pena tentare se il sacrificio è autogestito e con prospettive di reale cambiamento sociale INVECE di un sacrificio gestito da altri PER ALMENO UN DECENNIO, con prospettive decise da altri e con i soliti, noiosissimi numeri da debito e assurdi linguaggi e deprecabili etiche da banchieri.
Inflazione, banche chiuse, disoccupazione, svendita del patrimonio: MA CHI L'HA DETTO che deve essere così? Da chi è stato deciso ciò che succedere in un Paese sovrano che decide di non pagare i banchieri creditori/cravattari e di ripartire da zero?
Una Dracma nuova, di proprietà dello Stato magari confederale, gestita senza debito, controllata su parametri condivisi e senza inflazione (rispolverando alcune idee di Gesell, Auriti, Marx, Keynes, Fisher, Douglas etc.), con cui si finanzia lo Stato e il sistema produttivo pubblico e privato; un piano di investimenti condiviso, che punti sulla cultura, sull'educazione, sulle energie rinnovabili, sulla ricerca, sul turismo responsabile, sul riassetto idrogeologico etc.; una nuova responsabilità dei cittadini, chiamati ad occuparsi della cosa pubblica e a scelte condivise tramite ampi strumenti di democrazia diretta etc., una realtà in cui il sistema bancario commerciale sia solo un intermediario finanziario, che presta solo ciò che ha in cassa, una realtà che dia ampio spazio di autonomia alle reti sociali locali, le quali gestiscono al loro interno monete locali complementari alla moneta statale libera da debito.
Non potrebbe essere questo un possibile scenario alternativo?
O c’è invece solo la catastrofe artificiale del debito?
Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì.
I quali si chiederanno cosa non viene apprezzato del loro ottimismo.
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Ipotesi di Mini-Dracma detta anche G-Euro

Messaggioda domenico.damico » 23/07/2012, 12:03


E per salvare l’Euro Deutsche Bank pensa a una “mini-dracma”

di Fabrizio Goria

Atene potrebbe non abbandonare l’euro. Le banche internazionali stanno studiando delle soluzioni alternative alla secessione dalla moneta unica. Deutsche Bank propone il “geuro”, una valuta parallela basata su cambiali da utilizzare solo entro i confini nazionali ellenici. Analoghe proposte arrivano da Kairos e Lombard Street Research. Ma intanto fioccano i piani di contingenza, come quello di HSBC, in caso di ritorno della dracma. E nemmeno l’Italia è esente dalle indiscrezioni.


La Grecia potrebbe non uscire dall’eurozona. La crisi di Atene sta minando alle fondamenta l’euro, la moneta unica europea. La settimana scorsa si è tornato a discutere di un possibile referendum sulla partecipazione nell’euro da parte della Grecia, complice una telefonata fra il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente ellenico Karolos Papoulias. Ma i costi di una secessione potrebbero essere troppo elevati, sia sotto il profilo economico sia sotto quello politico. Ecco quindi che iniziano ad arrivare le soluzioni alternative. Una delle prime è a opera di Deutsche Bank, che propone l’introduzione di una valuta complementare all’euro, il “geuro”. Ma intanto alcune banche, come HSBC, si stanno attrezzando per un eventuale ritorno alla dracma.

Il dramma greco potrebbe avere una soluzione meno devastante di quella che si ipotizzava fino a pochi giorni fa. L’uscita dall’euro, quindi, non è necessaria. L’idea di Thomas Mayer, già capo economista di Deutsche Bank e ora senior advisor del gruppo, è semplice. La Grecia potrebbe creare un sistema duale di valute: euro e geuro. Dato che la Grecia ha poca liquidità in cassa, circa 2,5 miliardi di euro secondo gli ultimi dati del Tesoro, potrebbe esserci una soluzione simile alle cambiali. Secondo Deutsche Bank, Atene potrebbe infatti emettere Issue debtor notes (IoUs), che la banca tedesca ribattezza geuro. Il governo ellenico, spiega Mayer, tramite questo nuovo sistema di pagamento, emette geuro da dare ai creditori, in modo che questi possano avere liquidità. Il geuro infatti si potrà scambiare con l’euro, ma con un tasso assai sfavorevole, come prevedibile. «Circa il 50% nominale in meno dell’euro normale», spiega Mayer, che ipotizza che il tasso di cambio della nuova valuta potrà essere determinato sulla base dell’avanzo primario del governo al momento dell’emissione. «È un sistema complesso, forse impreciso su alcuni punti, ma sicuramente interessante e che potrebbe essere una soluzione sostenibile», dice a Linkiesta un senior trader di Newhedge. Di contro, i debiti che la Grecia ha con la troika (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, Ue) continuerebbero a essere ripagati con l’euro, a mano a mano che questi torneranno nelle casse del Tesoro. «Il geuro, se limitato alla circolazione interna, può essere funzionale all’accumulo di euro, il tutto senza una secessione che potrebbe gravare su tutta l’eurozona con effetti imprevisti», spiega Mayer.

Questa soluzione, ancora nelle sue fasi embrionali, prende sempre più piede. Lo scorso 17 maggio Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos, proponeva esattamente la stessa soluzione di Deutsche Bank. «A corto di soldi, il governo greco comincerebbe a pagare parte degli stipendi e delle pensioni con cambiali. Queste cambiali inizierebbero a circolare scontate, magari a metà del loro valore nominale», scriveva Fugnoli. I debiti con Fmi e Bce, di contro, continuerebbero a essere pagati in euro. I vantaggi, come visto, sarebbero elevati: non ci sarebbe alcuna secessione dalla moneta unica e le istituzioni finanziarie non dovrebbero ridenominare alcun sistema. Secondo Fugnoli le cambiali elleniche «potrebbero non essere chiamate dracme e la finzione-realtà della Grecia nell’euro potrebbe essere mantenuta, limitando i rischi di contagio». Non una soluzione definitiva, quindi, ma funzionale a prendere tempo per evitare il peggio, cioè il collasso dell’euro.

Un’idea simile la fornisce anche Lombard Street Research. La casa d’affari londinese ha infatti preparato un piano alternativo all’uscita della Grecia dall’eurozona dopo i ripetuti allarmi del governatore della Bank of England Mervyn King. «Se la Grecia rimettesse in circolo una valuta da utilizzare solo per i pagamenti interni, con l’oggettiva capacità di svalutarla, potrebbe evitare di uscire dall’Unione monetaria europea», fanno notare gli analisti londinesi. Ma a differenza dell’idea di Deutsche Bank, quella di Lombard Street Research prevede una vera e propria moneta parallela. Da un lato, quello nazionale, si userebbe quella che è stata ridefinita come “Nuova dracma”, sganciata dall’euro. Dall’altro, quello internazionale, si continuerebbe a usare l’euro. Anche in questo caso, i pagamenti degli interessi dei prestiti di Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea sarebbero in euro. Tuttavia, come avverte Lombard Street Research, i rischi sono elevati: «Con il doppio sistema di valute, il pericolo è che si vada verso una fuga di capitali verso quella più forte, che sarebbe naturalmente l’euro. In questo caso, il governo greco dovrebbe pesantemente svalutare la nuova dracma, alimentando l’inflazione e le tensioni sociali».

La girandola di voci sul ritorno alla dracma è senza freno. La scorsa settimana, dopo le dichiarazioni del leader del Syriza, la britannica De La Rue, un colosso del settore tipografico, si era detta pronta a fornire alla Grecia delle presse per la stampa di dracme. E la risposta della cancelleria del governo ellenico era stata ancora più allarmante, sebbene l’intento era sarcastico: «Ricordiamo a tutti quelli che ci chiedono se abbiamo bisogno di aiuto per stampare dracme che no, non ne abbiamo bisogno. Abbiamo ancora le nostre presse». Ed è vero. La Grecia, al momento di entrare nell’Unione monetaria europea, non ha ceduto le proprie presse per la stampa di banconote. Come spiega una fonte bancaria a Linkiesta, «diversi Paesi le hanno ancora e nell’ambiente finanziario si sa. Fra questi Grecia, Germania e Italia».

A propendere per il ritorno alla dracma non c’è solo De La Rue. La banca anglo-asiatica HSBC ha fatto sapere ieri che ha pronto il piano per proteggere le sue divisioni elleniche da una corsa agli sportelli. Parlando con l’Independent il direttore finanziario del gruppo, Iain Mackay, ha spiegato che tutto sarebbe pronto: «Sistemi IT, riserve per le filiali, manuali d’istruzione, aggiornamenti dei bancomat. Il nostro piano di contingenza è completo». Come HSBC, altre banche potrebbero già essere pronte per questa ipotesi. Gli istituti di credito tedeschi, come anticipato da Linkiesta venerdì scorso, già a novembre avevano preparato un programma di analisi di rischi di una secessione della Grecia dall’eurozona. E più si va avanti, più aumentano questi piani.

Il clima di incertezza non risparmia nemmeno l’Italia. Oggi nelle sale operative, a Londra come a Parigi e Francoforte, si è tornato a parlare delle parole di Paolo Savona, presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi, che alcuni giorni fa ha parlato di un possibile ritorno alla lira come soluzione di diversi mali italiani. «È sintomatico che si parli di queste opportunità», dice a Linkiesta un analista di Barclays. La paura di un collasso dell’euro è sempre più concreta, sebbene sia il peggiore scenario possibile. Colpa anche delle derive nazionaliste che stanno prendendo diversi partiti politici in Europa, come il Syriza di Alexis Tsipras in Grecia, accreditato di essere in testa ai sondaggi per le intenzioni di voto della prossima tornata elettorale del 17 giugno. C’è da sperare che Tsipras legga la proposta di Deutsche Bank.


Fonte: http://www.linkiesta.it/grecia-euro-geu ... ank-dracma
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Re: Sul default greco

Messaggioda Vito Zuccato » 23/07/2012, 20:13

http://www.monetaproprieta.it/phpbb/viewtopic.php?p=985#p985
domenico.damico ha scritto:E mai nessuno - giornalista, accademico, ricercatore...anche uno di passaggio, niente! - che provi a fare anche un semplice esercizio di ricerca un pò meno ortodossa, e pensare ad un uscita dall'euro CON una contestuale uscita dal sistema del debito.

Banale, ovvio, scontato, reiterato, pedissequo.

"Nunsepoffà!"
[Walter Veltroni - Zuffenhausen, 9/11/2029]

E perché mai?
Perché:
http://www.monetaproprieta.it/phpbb/viewtopic.php?f=20&t=110&p=1093#p1093
http://www.monetaproprieta.it/phpbb/viewtopic.php?p=987#p987
http://bimboalieno.altervista.org/?p=3479#comment-10435
http://bimboalieno.altervista.org/?p=3479#comment-10453
http://bimboalieno.altervista.org/?p=3479#comment-10471
Pure Nichi Vendola (nomen omen) che fa da suggeritore...

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Re: Sul default greco

Messaggioda domenico.damico » 13/09/2012, 15:06

Atene mette in affitto 40 isole: cercasi investitori

Cercasi investitori interessati ad affittare un'isola o un'isoletta della Grecia. Sono una quarantina, le isole identificate dal Fondo ellenico per la privatizzazione dei beni pubblici, dopo averne attentamente selezionato 562: territori disabitati, che fanno parte dell'immenso patrimonio insulare greco, formato da circa 6mila

di Silvia Sperandio - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/3gvCD

Da poco ho testato sul posto la situazione di una isola greca: lì non sono così dentro la crisi che colpisce invece la Grecia continentale; sono posti dove il turismo ha portato talmente tante risorse da far abbandonare (purtroppo) terre un tempo molto fertili. In ogni caso: proprio le isole, forse ultima difesa dell'economia greca... le dai in usufrutto? Mah...

Tra l'altro su questa isola TUTTE le case, gli alberghi etc. hanno il loro pannello termico solare sul tetto. In più, essendo l'isola molto ventosa, in punti strategici hanno posizionato 20 grandi pale eoliche che (insieme ai pannelli solari) credo rendano quasi autonoma - a livello energetico - quella realtà specifica.
L'esempio pratico di come la dipendenza energetica dall'estero possa essere drasticamente ridotta attraverso le energie rinnovabili in Paesi soleggiati e ventosi come la Grecia, e quindi di come la bilancia dei pagamenti dei Paesi privi di idrocarburi nel sottosuolo possa girare verso il positivo in assenza degli oneri energetici derivanti dal consumo di petrolio e affini risparmiati.
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CASA FARMACEUTICA TEDESCA SOSPENDE FORNITURA ALLA GRECIA

Messaggioda domenico.damico » 06/11/2012, 15:37


La Grecia non paga e la tedesca Merck sospende le consegne di farmaci antitumorali agli ospedali

La tedesca Merck Serono non fornisce più l'erbitux agli ospedali greci, a causa dei mancati pagamenti da parte dello Stato. Ne da' notizia Reuters. Il farmaco è attualmente somministrato a persone colpite da diversi tipi di cancro e, nel solo 2010, ha portato nelle casse dell'azienda tedesca una cifra superiore agli 1,3 miliardi di euro ai

di Giuditta Mosca - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/QibRL
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