OGM e dintorni

Discussioni su argomenti che in apparenza possono sembrare lontani dalla questione monetaria, ma che comunque sono ritenuti meritevoli di interesse.

OGM e dintorni

Messaggioda domenico.damico » 28/06/2013, 12:16

Il discorso alimentare è vastissimo, profondo e incide direttamente sulla nostra carne.
Qualcuno dice incida anche sui nostri pensieri, ed è logica conseguenza del detto 'sei ciò che mangi'.

Come tutto ciò si lega alla moneta e al debito?

Cominciamo a leggere qualche articolo, per farci qualche idea.

Questo di Susanna Tamaro è molto interessante.
Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì.
I quali si chiederanno cosa non viene apprezzato del loro ottimismo.
Ennio Flaiano
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I papaveri che spariscono...

Messaggioda domenico.damico » 28/06/2013, 12:20

I campi di Ogm e i papaveri che spariscono
Scritto da Susanna Tamaro, Corriere della Sera
Venerdì 28 Giugno 2013 08:54 -


Viviamo soltanto per ottimizzare ciò che non rende viene eliminato

Gli Ogm sono organismi geneticamente modificati. Nel 2012, secondo i dati Isaaa
(organizzazione che promuove il settore biotecnologico in campo agricolo), sono stati coltivati a
Ogm 170,3 milioni di ettari di terreno nel mondo. Gli Stati con campi Ogm sono 28, tra i quali 5
europei: Spagna, Portogallo, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia. Gli Usa sono i leader nel
biotech. I prodotti più coltivati sono soia, cotone, mais, colza.

In Italia, il 15 giugno a Vivaro, in provincia di Pordenone, 6.000 metri quadrati di terreno sono stati
seminati con mais Ogm. La normativa italiana, recependo quella dell'Ue, non ne vieta la
coltivazione ma prevede la necessità che le aree siano «tabellate». L'agricoltore, secondo il
Corpo forestale, «ha confermato la natura transgenica dei semi piantati, ma ha impedito
l'accesso ai campi» I l fatto che un agricoltore in Friuli Venezia Giulia sia riuscito a seminare
mais ogm nei suoi campi è una piccola grande notizia di cronaca verde che quasi scompare tra
quelle, ben più numerose e attraenti, di cronaca nera. In fondo, per chi vive lontano dal mondo
agricolo può sembrare non così importante se la si compara all'enorme quantità di problemi di
difficile soluzione che affliggono la nostra società. Che male c'è, si pensa infatti, se la scienza
va avanti e ci permette di produrre di più e meglio con un uso minore di sostanze velenose
nell'ambiente? Pensavo a queste cose ieri sera, controllando le mie api. In questi giorni di
fioritura del tiglio il continuo ronzio delle bottinatrici che tornano ebbre alle arnie riempie l'aria. È
così che ho sempre immaginato l'OM cosmico: la vibrazione misteriosa e potente di uno sciame
al lavoro.

Per riuscire a sconfiggere gli insetti, le colture di mais ogm contengono il gene del bacillus
thuringiensis, un gene in grado di produrre delle tossine che uccidono i parassiti delle piante. Le api non
vengono coinvolte nello sterminio, ma questa tossina stimola una risposta immunitaria che
attacca la loro memoria, disintegrandola. In questo modo le api, come gli anziani affetti
dall'Alzheimer, vagano smarrite senza più riuscire a trovare la strada di casa. L'ape, come noi, è
memoria; senza memoria non riesce a sopravvivere. E, come ci ha ricordato una citazione
attribuita ad Einstein, senza le api anche la nostra vita sulla terra è destinata ad estinguersi in
pochi decenni. Ne abbiamo già un esempio in alcune zone della Cina, dove un eccesso di
veleni ha sterminato tutte le api, costringendo i contadini a comprare del polline secco e ad
applicarlo con certosina pazienza su ogni fiore. Così i loro sterminati frutteti, invece di produrre
il rassicurante ronzio delle bottinatrici, mostrano folle di uomini e donne arrampicati su scale
che, maldestramente e sicuramente con minore successo, cercano di fare quello che, da che
mondo è mondo, è stato compito delle api. Vale a dire, fecondare e garantire la varietà
genetica. Del resto, senza addentrarci in complessi discorsi tecnici, per capire la portata minacciosa del
mutamento, basta ricordare che le piante ogm producono semi sterili, e questo, per il senso
corretto della vita, contiene in sé un principio di abominio. Ma questo abominio, purtroppo, ha
ormai invaso ogni aspetto della nostra vita, come la prolungata crisi economica ci dimostra, e il
campo agricolo è l'ultimo spazio predatorio in cui esso si può manifestare, con danni che non
siamo assolutamente in grado di prevedere né di calcolare. Ci saranno raccolti più abbondanti,
certo, ma quali saranno i prezzi da pagare per questo? Una cosa sono gli esperimenti in
laboratorio, un'altra è l'immensa — e in gran parte ancora misteriosa — complessità delle leggi
di natura. Complessità che sicuramente, nei suoi paradigmi, non comporta quello della sterilità.
Come si può, infatti, pensare che qualcosa che è programmaticamente sterile sia in grado di
produrre, in tempi lunghi, fecondità?


La sterilità è ormai la cifra delle nostre vite. Viviamo in una società ossessionata dal come
morire, ma afona nel chiedersi come dobbiamo vivere. L'esaltazione dell'individualismo
narcisista ci ha fatto credere di essere circondati da ampi e meravigliosi paesaggi che, in realtà,
non sono altro che finti fondali. Quello in cui adesso ci troviamo è un vicolo cieco. Seguire
unicamente i desideri dell'ego, come questa società cinicamente materialista ci spinge a fare, è
la via migliore per trovarsi intrappolati in un mondo popolato di ansie e di terrori. Il diffondersi
epidemico degli attacchi di panico ne è la conferma. Al di là della materia, non ci vengono
proposte altre ragioni valide per vivere. Compro e, comprando, vengo comprato: è questo il
sinistro mantra che sospinge in avanti la società contemporanea. Ma avanti verso dove?

Soltanto verso il baratro.

Per comprendere quello che siamo diventati, fermiamoci ad osservare i campi di grano ormai
prossimi al raccolto. Il grano è maturo e questa visione dovrebbe atavicamente infonderci un
senso di appagamento e felicità. Ma non è così. Qualcosa in molti di quei campi non va. C'è
tanto giallo, è vero, ma c'è solo giallo; un giallo che però suona falso. Dove sono i papaveri, i
fiordalisi o la camomilla, da sempre fedeli compagni del grano? Non ci sono più, sono stati
eliminati da diserbanti selettivi, perché quei fiori che ci facevano sobbalzare di gioia — e che
hanno ispirato molti capolavori della pittura mondiale — in realtà non erano altro che erbacce
da eliminare per ottimizzare la resa dei raccolto.

Viviamo ormai unicamente per ottimizzare. Dai treni ai papaveri, tutto ciò che non rende, o fa
rendere meno, viene drasticamente eliminato. Su questo altare è stato immolato tutto il
superfluo e tutto ciò che si allontana da una globale forma di omogeneizzazione. La diversità
non viene tollerata, così come la gratuità. Una volta si lasciava a terra del grano da spigolare
per le persone povere, ora si eliminano i papaveri per ottenerne di più.
Questi campi ossessivamente gialli e piatti rispecchiano la nostra società più di mille saggi di
sociologia. Questo è quello che siamo diventati. E se invece fossero proprio i papaveri e i
fiordalisi ciò di cui abbiamo bisogno? Se la nostra società avesse, ora più che mai, un'assoluta
necessità dell'irrompere della gratuità e della bellezza? Abbiamo bisogno di un ordine più
profondo di emozioni, emozioni che ci comprendano e che ci facciano comprendere, che
aprano la mente, ma soprattutto il cuore. Perché è il cuore il grande assente dei nostri giorni
sterili. E la sua assenza ci spinge verso le terre desolate dell'amarezza e delle rivendicazioni.
Non c'è cuore dietro ai semi sterili, non c'è cuore dietro ai campi tristemente gialli.

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I quali si chiederanno cosa non viene apprezzato del loro ottimismo.
Ennio Flaiano
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