Società e privilegio

Come l'economia invade tutti gli aspetti sociali dal governo alle relazioni all'interno e tra le comunità

Società e privilegio

Messaggioda ChristianTambasco » 03/10/2012, 12:51

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Il problema di quelli dell'un per cento

di Joseph Stiglitz, Martedì 12 Giugno 2012

Cominciamo definendo la premessa di base: le disuguaglianze negli Stati Uniti si stanno ampliando da decenni. Siamo tutti consapevoli del fatto. Sì, proprio in questo momento ci sono alcuni a destra che negano questa realtà, ma gli analisti seri dell’intero spettro politico la danno per scontata. Non ripercorrerò qui tutte le prove, se non per dire che il divario tra l’un per cento e il novantanove per cento è vasto se considerato in termini di reddito annuo e ancora più vasto se considerato il termini di ricchezza, cioè in termini di capitale accumulato e di altre attività. Si consideri la famiglia Walton: i sei eredi dell’impero Walmart possiedono una ricchezza complessiva di circa 90 miliardi di dollari, che equivale alla ricchezza del 30% più in basso nella società statunitense. (Molti, giù in fondo, hanno un patrimonio netto pari a zero, o negativo, specialmente dopo il crollo del settore immobiliare). Warren Buffett è stato corretto nel descrivere la cosa quando ha affermato: “E’ in corso una guerra di classe da vent’anni e la mia classe sta vincendo”.

Dunque no: c’è poco da discutere sul fatto fondamentale dell’allargamento della disuguaglianza. Il dibattito è sul suo significato. Da destra a volte si ascolta la tesi che la disuguaglianza è fondamentalmente una cosa buona: quando i ricchi si avvantaggiano maggiormente, lo stesso vale per tutti gli altri. Questa tesi è falsa: mentre i ricchi si sono fatti più ricchi, la maggior parte degli statunitensi (e non soltanto quelli al fondo della scala sociale) non è stata in grado di conservare il proprio tenore di vita, per non parlare del tenersi al passo. Un tipico lavoratore maschio a tempo pieno riceve oggi lo stesso reddito che riceveva un terzo di secolo fa.

Al tempo stesso a sinistra la disuguaglianza in ampliamento spesso sollecita a un appello alla semplice giustizia: perché così pochi devono avere così tanto quando così tanti hanno così poco? Non è difficile capire perché, in un’età dominata dal mercato in cui la giustizia stessa è una merce da comprare e vendere, alcuni scarterebbero l’argomento come pio sentimentalismo.

Mettiamo i sentimenti da parte. Ci sono buoni motivi perché i plutocrati dovrebbero preoccuparsi comunque della disuguaglianza, anche pensando soltanto a sé stessi. I ricchi non esistono in un vuoto. Hanno bisogno di una società funzionante intorno a loro per conservare la propria posizione. Società vastamente disuguali non funzionano in modo efficiente e le loro economie non sono né stabili né sostenibili. Le prove dalla storia e da tutto il mondo moderno sono inequivoche: si arriva a un punto in cui la disuguaglianza entra in una spirale di malfunzionamento economico per l’intera società, e quando ciò accade anche i ricchi pagano un prezzo considerevole.

Permettetemi di esporre alcuni dei motivi.

Il problema dei consumi

Quando un gruppo d’interesse detiene troppo potere riesce a ottenere politiche che lo aiutano nel breve termine invece di aiutare la società nel suo complesso nel lungo termine. Questo è ciò che è accaduto negli Stati Uniti per quel che riguarda la politica fiscale, la politica regolamentare e gli investimenti pubblici. La conseguenza della canalizzazione degli incrementi di reddito e di ricchezza in un’unica direzione è facile da costatare quando si tratta della spesa delle famiglie comuni, che sono uno dei motori dell’economia statunitense.

Non è un caso che i periodi in cui i segmenti intermedi più vasti della popolazione statunitense hanno registrato redditi netti più elevati – quando la disuguaglianza è stata ridotta, in parte come risultato di una tassazione progressiva – sono stati i periodi in cui l’economia statunitense è cresciuta più velocemente. Analogamente non è un caso che la recessione attuale, come la Grande Depressione, sia stata preceduto da grandi aumenti della disuguaglianza. Quando troppo denaro è concentrato al vertice della società, la spesa dello statunitense medio è necessariamente ridotta, o quanto meno lo sarà in assenza di qualche stimolo artificiale. Il trasferimento del denaro dal basso verso l’alto riduce i consumi perché i percettori dei redditi più elevati consumano, in percentuale del proprio reddito, molto meno delle persone a basso reddito.

Nella nostra immaginazione non sembra sempre essere così, perché le spese dei ricchi sono così cospicue. Si guardino semplicemente le foto a colori delle ultime pagine dell’inserto del fine settimana del Wall Street Journal dedicato alle case in vendita. Ma il fenomeno quadra quando si usa un po’ di matematica. Si consideri una persona come Mitt Romney, il cui reddito è stato di 21,7 milioni di dollari nel 2010. Anche se Romney scegliesse di vivere una vita più lussuosa, spenderebbe solo una frazione di tale somma in un anno normale per sostenere sé stesso e la propria moglie nelle loro molte case. Ma si prenda la stessa quantità di denaro e la si divida tra 500 persone – diciamo sotto forma di posti lavoro con un salario di 43.400 dollari ciascuno – e si scoprirà che quasi tutto quel denaro finisce speso.

Il rapporto è semplice e a prova di bomba: quando una quantità maggiore di denaro si concentra al vertice, la domanda aggregata entra in declino. Se non accade qualcos’altro, sotto forma di qualche intervento, la domanda totale dell’economia sarà inferiore a quanto l’economia è in grado di fornire e ciò significa che ci sarà una crescente disoccupazione, il che ridurrà ulteriormente la domanda. Negli anni ’90 quel “qualcos’altro” è stato la bolla tecnologica. Nel primo decennio del ventunesimo secolo è stato la bolla immobiliare. Oggi, l’unico rimedio, in mezzo a una profonda recessione, è la spesa governativa, il che è esattamente ciò che quelli al vertice sperano ora di limitare.

Il problema della “ricerca della rendita”

Qui ho necessità di ricorrere a un po’ di gergo economico. Il termine “rendita” in origine è stato utilizzato, e lo è tuttora, per descrivere quel che qualcuno riceveva per l’uso di un appezzamento del suo terreno; è l’entrata ottenuta in virtù della proprietà e non per una qualsiasi cosa che uno faccia o produca concretamente. Ciò si contrappone ai “salari”, ad esempio, che denotano i compensi per il lavoro prestato da un lavoratore. Il termine “rendita” è stato alla fine esteso a comprendere i profitti monopolistici: il reddito che si riceve semplicemente dal controllo di un monopolio. Nel tempo il significato è stato ulteriormente ampliato a includere le entrate da ogni genere di rivendicazione di proprietà. Se il governo concedeva a un’impresa il diritto esclusivo di importare una certa quantità di una certa merce, ad esempio lo zucchero, allora gli incassi extra erano chiamati una “rendita da quota”. L’acquisizione di diritti minerari o di trivellazione produce una forma di rendita. Lo stesso dicasi di un trattamento fiscale preferenziale per interessi particolari. In senso ampio la “ricerca della rendita” definisce molti dei modi attraverso i quali in nostro attuale processo politico aiuta i ricchi a spese di tutti gli altri, includendovi trasferimenti e sovvenzioni governative, leggi che rendono il mercato meno concorrenziale, leggi che consentono ai direttori generali di appropriarsi di una quota sproporzionata delle entrate delle imprese (anche se la legge Dodd-Frank ha migliorato le cose richiedendo un voto non vincolante degli azionisti sui compensi almeno una volta ogni tre anni) e leggi che consentono alle imprese di realizzare profitti degradando l’ambiente.

La dimensione della “ricerca della rendita” nella nostra economia, anche se difficile da quantificare, è chiaramente enorme. I singoli e le imprese che eccellono nel perseguire le rendite sono ricompensati profumatamente. L’industria finanziaria che oggi opera in larga misura come mercato speculativo anziché come uno strumento per promuovere la produttività economica reale, è il settore per eccellenza che persegue la rendita. La ricerca della rendita va oltre la speculazione. Il settore finanziario consegue rendite anche dal suo dominio dei mezzi di pagamento: le esorbitanti spese sulle carte di debito e credito e anche le commissioni meno note addebitate ai commercianti e alla fine trasferite sui consumatori. Il denaro che viene travasato dagli statunitensi poveri e della classe media mediante prassi di finanziamento predatorie può essere considerato una rendita. In anni recenti il settore finanziario ha contato per circa il 40% di tutti i profitti delle imprese. Ciò non significa che il suo contributo sociale se insinui nella colonna dell’attivo, o addirittura ci si approssimi. La crisi ha dimostrato come ha potuto seminare devastazioni nell’economia. In un’economia che persegue la rendita, com’è diventata la nostra, le entrate private e quelle sociali sono malamente squilibrate.

Nella loro forma più semplice, le rendite non sono altro che redistribuzioni da un segmento della società ai redditieri. Gran parte della disuguaglianza nella nostra economia è conseguenza del perseguimento della rendita perché, in misura significativa, la ricerca della rendita ridistribuisce il denaro da quelli che stanno in basso a quelli che stanno al vertice.

Ma c’è una conseguenza economica più vasta: la lotta per acquisire rendite è, nel migliore dei casi, un’attività a somma zero. Il perseguimento della rendita non fa crescere nulla. Gli sforzi sono diretti a ottenere una fetta più grande della torta piuttosto che ad accrescere la dimensione della torta. Ma è ancora peggio: la ricerca della rendita distorce l’allocazione delle risorse e rende più debole l’economia. E’ una forza centripeta: i premi della ricerca della rendita diventano così smisurati che sempre più energia è diretta a tale attività, a spese di tutto il resto. Paesi ricchi di risorse naturali sono famigerati per le loro attività di perseguimento della rendita. E’ molto più facile diventare ricchi in tali luoghi ottenendo l’accesso a risorse a condizioni favorevoli che producendo beni o servizi che avvantaggino la gente e aumentino la produttività. E’ per questo che tali economie hanno avuto risultati così brutti, nonostante la loro apparente ricchezza. E’ facile buttarla sul ridicolo e dire: “Noi non siamo la Nigeria, noi non siamo il Congo”. Ma la dinamica del perseguimento della rendita è la stessa.

Il problema dell’equità

Le persone non sono macchine. Per lavorare duro devono essere motivate. Se sentono di essere trattate scorrettamente, può essere difficile motivarle. Questo è uno dei principi centrali della moderna economia del lavoro, incapsulata nella cosiddetta teoria efficienza-salario che il modo in cui le aziende trattano i loro lavoratori – comprese le remunerazioni – influenza la produttività. Si tratta, in effetti, di una teoria elaborata quasi un secolo fa dal grande economista Alfred Marshall, che osservò che “il lavoro pagato bene è generalmente efficiente, e dunque non è lavoro costoso”. In verità è sbagliato considerare quest’affermazione solo come una teoria: è stata avvalorata da innumerevoli esperimenti economici.

Anche se ci sarà sempre disaccordo tra le persone sul preciso significato di cosa sia “equo”, c’è negli Stati Uniti una crescente sensazione che l’attuale disparità di reddito, e il modo in cui, in generale, è distribuita la ricchezza, sia profondamente iniqua. Non c’è invidia per la ricchezza accumulata da quelli che hanno trasformato la nostra economia: gli inventori del computer, i pionieri della biotecnologia. Ma, per la maggior parte, non sono queste le persone al vertice della nostra piramide economica. Piuttosto, in larga misura, si tratta di persone che hanno toccato vertici di eccellenza nel perseguire la rendita in una forma o nell’altra. E, alla maggior parte degli statunitensi, ciò sembra iniquo.

C’è stata sorpresa quando la società finanziaria MF Global, guidata da Jon Corzine, è improvvisamente finita in bancarotta l’anno scorso, facendo migliaia di vittime in conseguenza di iniziative che potranno dimostrarsi delittuose; ma considerata la storia recente di Wall Street, non sono sicuro che abbia suscitato grande sorpresa apprendere che numerosi dirigenti della MF Global continueranno a percepire i loro premi. Quando i direttori generali delle imprese sostengono che i salari devono essere ridotti o che ci saranno licenziamenti per mantenere concorrenziali le imprese – e contemporaneamente aumentano i propri compensi – i lavoratori giustamente ritengono ingiusto quello che sta succedendo. Ciò a sua volta si riflette sul lavoro, sulla lealtà dei lavoratori nei confronti delle aziende e sulla loro disponibilità a investire nel loro futuro. La sensazione diffusa presso i lavoratori dell’Unione Sovietica di essere trattati non giustamente esattamente in tal modo – sfruttati da dirigenti che vivevano alla grande – ha svolto un ruolo fondamentale nello svuotare l’economia sovietica e nel suo definitivo collasso. Come diceva la nota battuta sovietica: “Loro fanno finta di pagarci e noi facciamo finta di lavorare”.

In una società nella quale la disuguaglianza si sta aggravando, l’equità non riguarda soltanto i salari e il reddito, o la ricchezza. E’ una percezione molto più generalizzata. Sembra che io abbia un interesse nella direzione che la società sta seguendo, o no? Condivido i vantaggi dell’azione collettiva, o no? Se la risposta è un sonoro “no”, allora ci si prepari a un declino di motivazione le cui ripercussioni saranno avvertire nell’economia e in tutti gli aspetti della vita civile.

Per gli statunitensi un aspetto chiave dell’equità è l’opportunità: tutti dovrebbero avere una possibilità equa di vivere il Sogno Americano. Le storie di Horatio Alger rimangono l’ideale mitico, ma le statistiche dipingono un quadro molto diverso: negli Stati Uniti le possibilità che una persona ce la faccia ad arrivare al vertice, o almeno a metà strada, partendo da una posizione prossima al livello più basso, sono inferiori rispetto a quelle dei paesi della vecchia Europa o di qualsiasi altro paese industriale avanzato. Quelli al vertice possono trovare conforto nel sapere che le loro possibilità di finire in una mobilità verso il basso, sono inferiori negli Stati Uniti di quanto lo siano altrove.

Ci sono molti costi per questa mancanza di opportunità. Un gran numero di statunitensi non vive all’altezza del proprio potenziale; stiamo sprecando la più preziosa delle nostre risorse: il nostro talento. Mentre lentamente afferriamo quello che sta succedendo, ci sarà un’erosione del nostro senso d’identità, in cui gli Stati Uniti sono considerati un paese equo. Ciò avrà effetti economici diretti, ma anche indiretti, logorando i legami che ci tengono uniti come nazione.

Il problema della sfiducia

Uno dei misteri della politica economica moderna è il perché ci si debba prendere il fastidio di votare. Pochissime elezioni accendono davvero l’interesse dei singoli a votare. C’è un costo del voto – nessuno stato prevede una sanzione specifica contro chi se ne rimane a casa, ma ci vogliono tempo ed energie per recarsi alle urne – e apparentemente non c’è quasi mai un vantaggio. La teoria politica ed economica moderna presuppone l’esistenza di protagonisti razionali interessati. Su tali basi perché si debba andare a votare è un mistero.

La risposta sta nel fatto che ci hanno inculcato nozioni di “virtù civica”. Votare è una nostra responsabilità. Ma la virtù civica è fragile. Se prende piede la convinzione che i sistemi politici ed economici sono truccati, le persone si sentiranno liberate dai propri obblighi civici. Quando è abrogato tale contratto sociale – quando svanisce la fiducia tra un governo e i suoi cittadini – certamente ne seguiranno delusione, disimpegno e peggio. Oggi negli Stati Uniti, e in molte altre democrazie in giro per il mondo, la sfiducia è in crescita.

Fa persino parte del sistema. Il capo della Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, lo detto con tutta chiarezza: gli investitori sofisticati non si basano sulla fiducia, o quanto meno non dovrebbero farlo. Quelli che hanno comprato i prodotti venduti dalla sua banca erano adulti consenzienti che avrebbero dovuto essere più giudiziosi. Avrebbero dovuto sapere che la Goldman Sachs aveva i mezzi e l’incentivo a predisporre prodotti che sarebbero falliti; che aveva i mezzi e l’incentivo per creare asimmetrie d’informazione – in cui la banca sapeva, riguardo ai prodotti, più di quanto sapessero gli acquirenti – e i mezzi e l’incentivo ad approfittare di tali asimmetrie. Le persone che sono finite vittime delle banche d’investimento sono state, per la maggior parte, investitori abbienti. Ma le pratiche ingannevoli relative alle carte di credito e i prestiti predatori hanno lasciato gli statunitensi più in generale con la sensazione che delle banche non ci si deve fidare.

Gli economisti spesso sottovalutano il ruolo della fiducia nel far funzionare l’economia. Se ogni contratto dovesse essere fatto valere da una parte portando l’altra in tribunale, la nostra economia si troverebbe a un punto morto. Nella storia le economie che hanno prosperato sono quelle in cui una stretta di mano è un contratto. Senza fiducia, i contratti d’affari basati sull’accordo circa il fatto che i dettagli complessi saranno elaborati in seguito, non sono più fattibili. Senza fiducia, ciascun partecipante si guarda in giro per vedere dove e quando sarà tradito da quelli con cui sta trattando.

L’aggravarsi della disuguaglianza corrode la fiducia: quando al suo impatto economico, la si immagini come una specie di solvente universale. Crea un mondo economico in cui persino i vincitori sono guardinghi. Per non parlare dei perdenti! In ogni transazione – in ogni incontro con un boss, con un uomo d’affari o con un burocrate – vedono la mano di qualcuno pronta ad approfittare di loro.

In nessun luogo la fiducia è più importante che in politica e nella sfera pubblica. In quell’ambito si deve agire insieme. E’ più facile agire insieme quando la maggior parte delle persone si trova in condizioni simili, quando la maggior parte di noi è, se non nella stessa barca, almeno in barche di una gamma di dimensioni simili. Ma la disuguaglianza crescente rende chiaro che la nostra flotta è diversa – ci sono alcuni mega-yacht circondati da masse di persone in canoe scavate in tronchi, o aggrappate a relitti – il che contribuisce a spiegare le nostre idee ampiamente diverse a proposito di ciò che dovrebbe fare il governo.

L’odierna aggravarsi della disuguaglianza si estende praticamente a tutto: protezione della polizia, condizione delle strade e dei servizi locali, accesso a un’assistenza sanitaria decente, accesso a scuole pubbliche buone. Con l’istruzione superiore che diventa sempre più importante – non solo per i singoli ma per il futuro dell’intera economia USA – quelli al vertice premono per tagli ai bilanci delle università e per aumenti delle tasse universitarie, da un lato, e per tagli a prestiti garantiti agli studenti, dall’altra. Nella misura in cui eventualmente sostengono i prestiti agli studenti, si tratta di un’altra occasione per perseguire la rendita: prestiti a scuole private, senza parametri; presti che non sono annullabili neppure in caso di bancarotta; prestiti progettati come un altro modo, per quelli al vertice, per sfruttare quelli che aspirano a elevarsi dal fondo.

La soluzione del “Siate egoisti”

Molti statunitensi, se non la maggior parte di loro, hanno una comprensione limitata della natura della disuguaglianza nella nostra società. Sanno che qualcosa è andato storto, ma sottovalutano il danno che la disuguaglianza produce persino mentre sopravvalutano il costo del prendere iniziative. Queste convinzioni sbagliate, che sono state rafforzate dalla retorica ideologica, stanno avendo un effetto catastrofico sulla politica e sulla politica economica.

Non c’è alcun buon motivo per cui l’un per cento, con la sua buona istruzione, le sue schiere di consulenti e il suo tanto vantato acume affaristico, debba essere così male informato. L’un per cento delle generazioni passate spesso la sapeva più lunga. Sapeva che non ci sarebbe stato un vertice della piramide se non ci fosse stata una base solida, che la sua posizione era precaria se la società stessa era malsicura. Henry Ford, non ricordato come una delle persone più tenere della storia, capì che la cosa migliore che poteva fare per sé e per la sua impresa era pagare ai dipendenti un salario onesto, perché voleva che lavorassero duro e voleva che fossero in grado di acquistare le sue auto. Franklin D. Roosevelt, un patrizio purosangue, capì che l’unico modo per salvare gli Stati Uniti essenzialmente capitalisti consisteva non solo nel diffondere la ricchezza, attraverso la tassazione e programmi sociali, ma nel porre limiti al capitalismo stesso, mediante regolamenti. Roosevelt e l’economista John Maynard Keynes, anche se vituperati dai capitalisti, riuscirono a salvare il capitalismo dai capitalisti. Richard Nixon, noto ai tempi suoi come un cinico manipolatore, concluse che la pace sociale e la stabilità economica potevano essere assicurati meglio tramite investimenti ed egli investì per davvero, nel programma Medicare, in quello Head Start e nella Previdenza Sociale e in sforzi per ripulire l’ambiente. Nixon fece anche circolare l’idea di un reddito annuo garantito.

Dunque il consiglio che io darei oggi all’un per cento è: indurite i vostri cuori. Quando siete invitati a prendere in considerazione proposte per ridurre la disuguaglianza – aumentando le tasse e investendo nell’istruzione, nei lavori pubblici, nell’assistenza sanitaria e nella scienza – mettete da parte qualsiasi latente idea di altruismo e riducete l’idea a un atteggiamento di genuino egoismo. Non abbracciatela perché aiuta gli altri. Fatelo soltanto per voi stessi.
...se vuoi ottenere qualcosa di diverso devi cominciare ad agire diversamente.
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